

Questo editoriale affronta il tema della relazione tra specializzazione clinica e competenza interdisciplinare, con particolare riferimento all’ambito dell’odontoiatria estetica. La riflessione si sviluppa attorno a una domanda centrale: è davvero la specializzazione verticale l’unica via all’eccellenza professionale, oppure esistono forme di competenza trasversale altrettanto valide, o persino più efficaci, nel rispondere ai bisogni reali dei pazienti?

Non sono sicuro che l’élite romana abbia bisogno di intermediari per riconoscere l’eccellenza in odontoiatria estetica, soprattutto considerato che la percezione individuale prevale su quella professionale in un contesto di asimmetria informativa insanabile. Neppure sono convinto che l’intermediario giusto sia proprio chi è parte in causa in questo processo di valutazione e propone se stesso come modello. Che si tratti di me o di chiunque altro.
Eppure, nel leggere l’articolo “Il paradosso della competenza dispersa“, ci troviamo davanti a un curioso rovesciamento epistemologico: è l’autore stesso – che di quell’élite si proclama interprete privilegiato – a dirci cosa essa apprezza, ricerca e giudica virtuoso. Vien da chiedersi: davvero serve un articolo scientifico per raccontarci che il paziente altolocato vuole qualità e quali sono gli standard corretti da applicare per definire cosa sia eccellente? O è piuttosto che, evocando il giudizio implicito di un pubblico selezionato (il proprio), si vuole dare autorevolezza ad un’opinione personale, mascherandola da consenso?
È curioso notare, inoltre, come l’argomento dell’élite venga usato proprio in un contesto dove si invoca rigore scientifico. Ma cosa c’entra il giudizio del ceto dirigente romano con la validità clinica dell’odontoiatria estetica? Niente, in effetti. Se non il fatto che citare “pazienti influenti e colti” aggiunge all’articolo una patina di prestigio – il classico “io so di cosa parlo perché tratto i migliori” – che rischia di sconfinare nella narrazione promozionale più che in un confronto argomentativo.
Ecco dunque il paradosso iniziale: un testo che si propone come lucido e tecnico si chiude in realtà con un invito suggestivo e retorico, come in una delle più classiche e retrive c.t.a. (call to action) del marketing digitale. Il che è perfettamente legittimo, ma allora occorre dirlo con chiarezza: non si sta parlando di evidenze, ma di funnel. Mentre su quel piano – quello della percezione, dell’immagine e della soddisfazione soggettiva – la competenza “dispersa” è spesso proprio ciò che il paziente apprezza di più.
Al cuore dell’articolo c’è un presupposto tanto affermato quanto non dimostrato: che la specializzazione verticale – ovvero la dedizione esclusiva e ripetuta a un ambito iper-specifico – sia l’unica forma di eccellenza possibile in medicina. Il fatto, poi, che questo venga dato per scontato, come se fosse un principio universalmente condiviso, rende l’intera costruzione logica viziata fin dall’origine.
È quello che in logica si definisce un errore di presupposto: un’argomentazione costruita su una base non condivisa, non verificata, ma trattata come verità assiomatica. In questo caso, il dogma è che “fare tutto” implichi necessariamente “non eccellere in nulla”, senza alcuna apertura alla possibilità che una competenza ampia, trasversale e integrata possa generare un valore clinico maggiore, non minore.
Anzi, per molti professionisti della salute, proprio l’iperspecializzazione è spesso un limite, non una virtù. Rischia di trasformarsi in un tunnel percettivo, in cui il clinico osserva un problema da una sola angolazione possibile, perdendo la complessità sistemica del paziente. Che si tratti del cavo orale o di altri distretti, la salute non è mai un fenomeno isolato, ma il prodotto di interazioni funzionali, strutturali, estetiche e psicosociali.
Sostenere quindi che solo chi si concentra su una cosa sola possa essere eccellente (o definire eccellenza la competenza settoriale), significa ignorare l’intero ambito dell’integrazione clinica, oggi sempre più valorizzato nella letteratura internazionale e nella pratica quotidiana. Il paziente reale non arriva in studio con un’etichetta specialistica addosso: arriva con un problema da risolvere. E spesso, chi lo sa affrontare meglio non è colui che guarda più da vicino, ma chi è capace di guardare un po’ più in là.
Nel lessico scientifico, le parole contano. E quando un articolo si apre con l’espressione “competenza dispersa”, sta già determinando il giudizio prima ancora di iniziare l’analisi. Il titolo non introduce un concetto da dimostrare, ma enuncia un verdetto: se le competenze sono varie, allora sono per definizione “disperse”; se invece sono focalizzate, allora sono “di valore”.
Questa impostazione – tanto elegante nella forma quanto discutibile nel merito – veicola un pregiudizio semantico: che la complessità sia una debolezza e la mono focalizzazione una virtù. Ma in quale paradigma clinico, oggi, questo è davvero condiviso?
Il punto non è negare il valore della competenza verticale, ma non confondere l’intensità con l’ampiezza, né la precisione con la chiusura. L’esperienza clinica e la letteratura internazionale suggeriscono che un professionista capace di integrare prospettive diverse, anche complementari, non è meno competente: è più utile al paziente. Il “generalismo esperto” – cioè la capacità di comprendere come una funzione locale impatta un equilibrio globale – è a sua volta una forma di eccellenza.
Sarebbe stato più onesto, forse, chiedersi: quando l’ampliamento delle competenze diventa un valore e quando invece un rischio? Ma questa domanda avrebbe richiesto un’analisi più aperta, meno ideologica. E forse anche la disponibilità a riconoscere che un clinico può essere eccellente proprio perché ha uno sguardo ampio, non perché lo ha ristretto fino all’orizzonte della propria tecnica.
Tra le argomentazioni più “scientifiche” dell’articolo c’è il richiamo al concetto di interferenza retroattiva: l’idea che acquisire nuove competenze possa deteriorare quelle precedenti. Ma così come formulata, questa ipotesi non è un’evidenza neutra: è una costruzione perfettamente circolare, finalizzata a confermare la tesi iniziale secondo cui “ampliarsi significa perdersi”.
In realtà, l’eventuale deterioramento di una competenza ha senso solo se si accetta come definizione di eccellenza una performance tecnico-esecutiva ripetitiva, centrata sulla coordinazione motoria fine, sulla replicazione di gesti millimetrici appresi in decenni di specializzazione. Ma se spostiamo il piano dell’analisi verso ciò che rende davvero efficace un clinico – ad esempio:
allora diventa evidente che un ampliamento delle competenze non solo non danneggia la qualità: la potenzia (In tre dei quattro punti esaminati dall’autore, egli smentisce se stesso).
Si tratta quindi di una questione di prospettiva. Se si guarda alla clinica come a un esercizio di destrezza fine, entro un rituale chiuso di gesti ripetuti, allora ogni deviazione può sembrare una perdita. Ma se si guarda al lavoro clinico come a un atto di interpretazione, adattamento e sintesi, è proprio l’interdisciplinarità ad arricchire la qualità del trattamento.
Non si tratta di “dispersione”, allora, ma di allargamento della base cognitiva e percettiva del clinico. E chiamare dispersione ciò che è, a tutti gli effetti, espansione, non è una lettura neutra: è una scelta retorica funzionale a sostenere una tesi.
Uno degli snodi argomentativi centrali dell’articolo è il riferimento al “vero costo per il paziente”. Un’espressione potente, che richiama alla responsabilità clinica e all’etica della cura. Ma se vogliamo davvero affrontare il tema in modo rigoroso, non possiamo limitarci a considerare i costi delle complicanze o degli errori tecnici (come se questi si verificassero necessariamente in tutti gli studi diversi da quello dell’autore).
Perché non viene considerato un costo clinico il caso – diffusissimo – in cui una riabilitazione protesica, pur tecnicamente ineccepibile, non si armonizza esteticamente con il volto del paziente? Perché si ignora l’impatto che può avere una dentatura perfetta ma dissonante rispetto alle labbra, al profilo, alla postura del viso? Perchè non viene dato valore alla competenza di chi, dopo aver terminato una riabilitazione protesica sia anche in grado di ottenere una armonizzazione estetica migliore o semplicemente di prevederla?
In realtà, la vera perdita per il paziente nasce quando il professionista guarda solo ciò che è di sua competenza specialistica, senza considerare ciò che è di pertinenza del risultato globale. E questo vale in entrambe le direzioni: un approccio estetico che ignora la funzione è parziale, ma un approccio funzionale che ignora l’estetica è ugualmente monco.
Dunque, chi dovrebbe guidare un piano di trattamento complesso? Il professionista con una visione strettamente protesica? Quello con competenze solo estetiche? O forse chi possiede entrambe le competenze e può garantire che né la funzione né l’armonia vengano sacrificate?
Ridurre l’ampliamento delle competenze a una forma di rischio per il paziente significa ignorare che, nella realtà clinica, le zone di contatto tra ambiti diversi sono spesso quelle dove si gioca il successo complessivo del trattamento. E che proprio lì, nelle intersezioni tra funzione, forma e percezione, avere una visione integrata non è un lusso: è un dovere.
Del resto quanto costi a questo Paese aver distrutto il medico di medicina generale (inteso come eccellenza clinica) è sotto gli occhi di tutti. Non deve passare, anche in odontoiatria, il concetto che la “technè” sia sempre preferibile alla “psichè” su nessun piano: umanistico, filosofico, economico.
Uno degli argomenti più ribaditi nell’articolo è che la prossimità anatomica non basta a giustificare la competenza clinica: lavorare nella stessa area non significa, automaticamente, avere le competenze per gestirla. Eppure, se si applicasse con coerenza questo principio, si arriverebbe a conclusioni piuttosto imbarazzanti.
Chi lavora nel campo protesico – e quindi si occupa di elementi dentali – non dovrebbe allora, per coerenza, trattare le mucose orali (ambito della patologia orale), gli impianti zigomatici (ambito chirurgico complesso), l’ortodonzia (specialità distinta, con formazione dedicata), o la parodontologia (che in molti Paesi è una specializzazione vera e propria)?
Verrebbe da chiedersi: ma un protesista può fare otturazioni eccellenti? Oppure per fare otturazioni eccellenti è necessario fare otturazioni e basta tutto il giorno per dieci anni, e dopo dieci anni continuare con le otturazioni per evitare l’interferenza retroattiva?
Tutti questi ambiti sono, per l’anatomia, adiacenti o limitrofi ai denti, ma richiedono – come l’odontoiatria estetica – conoscenze aggiuntive, pratiche mirate e aggiornamento continuo. Eppure nessuno li considererebbe “invasioni di campo” se gestiti con preparazione.
Allora i casi sono due: o si riconosce che l’ampliamento delle competenze, se ben coltivato, è legittimo anche oltre i confini anatomici dello smalto, oppure si è costretti ad ammettere che chiunque operi fuori dal singolo dente – mucosa, osso zigomatico, articolazione temporo-mandibolare – sta operando illegittimamente (oppure dovremmo fare una consensus conference per delimitare una distanza millimetrica o funzionale condivisa).
Tutto ciò, naturalmente, non regge. Il punto è che, oggi, la prossimità anatomica non è un criterio scientificamente sostenibile per stabilire il perimetro delle competenze, a meno che non si voglia ridurre la pratica clinica a una mappa topografica. La competenza non si misura in millimetri: si misura nella qualità della formazione, nella continuità dell’aggiornamento, nella capacità di integrare visione e tecnica.
Se l’autore avesse scritto che l’odontoiatria estetica richiede formazione per essere praticata ci avrebbe trovato d’accordo. Ma non lo ha fatto e non poteva farlo, perchè avrebbe smentito l’assunto iniziale della “dispersione” come disvalore.
Un altro equivoco su cui l’articolo costruisce parte della sua tesi è la distinzione implicita – ma costante – tra “funzione” ed “estetica”, come se la prima fosse il regno della serietà clinica e la seconda una concessione decorativa, la prima parte della salute e la seconda una occasione di shopping. Ma questa opposizione è non solo obsoleta, è clinicamente infondata.
L’estetica non è un vezzo: è parte integrante dell’equilibrio morfo-funzionale del volto e del cavo orale. Chi si occupa seriamente di odontoiatria protesica – proprio come chi lavora in ortodonzia, in chirurgia implantare o in parodontologia – sa perfettamente che la percezione estetica è profondamente connessa con la salute, con la funzione, e spesso è essa stessa una componente della funzione.
Una riabilitazione protesica che non tiene conto della forma delle labbra, della proiezione del naso, del tono muscolare delle guance o del profilo cefalico può essere tecnicamente corretta ma clinicamente inadeguata. E proprio per questo motivo, i migliori protesisti – a dispetto della tesi dell’articolo – sviluppano competenze raffinate nell’analisi estetica del volto, non perché “deviano” dal loro ruolo, ma perché lo completano.
Chi possiede queste competenze è in grado di intervenire – con gli strumenti giusti, con giudizio clinico, e nel rispetto delle indicazioni – anche su quelle strutture che costituiscono la cornice naturale del trattamento odontoiatrico. Non si tratta di allargarsi per moda, ma di allineare la propria pratica con ciò che davvero migliora il risultato per il paziente.
In questo senso, le competenze estetiche non sono un’aggiunta: sono una conseguenza naturale di un approccio clinico consapevole e completo. Nella logica dell’autore potrebbero essere considerate un approfondimento ulteriore di verticalità, se proprio la dimensione orizzontale fosse del tutto indigesta.
Nel dipingere i rischi dell’estetica “aggiunta” alla pratica odontoiatrica, si propone – in modo forse non intenzionale ma certamente utile alla propria tesi – un’immagine del paziente tanto idealizzata quanto irreale: un soggetto che desidera solo la funzionalità, che diffida dell’estetica, che seleziona il proprio medico sulla base della specializzazione verticale e che disprezza le “contaminazioni” interdisciplinari.
Ma il paziente reale – quello che entra negli studi ogni giorno – è molto diverso da questa caricatura. È una persona informata, consapevole, capace di formulare aspettative articolate: chiede sì funzione, ma anche armonia, benessere psicologico, qualità percepita, vantaggi relazionali. In altre parole, il paziente moderno è portatore di un bisogno complesso, che raramente può essere soddisfatto da un solo sguardo specialistico.
Sostenere che le scelte del paziente siano orientate esclusivamente alla eccellenza tecnica di un restauro significa non ascoltarlo veramente, o peggio ancora strumentalizzare la sua figura per sostenere una posizione ideologica. Non è la moda, né il marketing a spingere i professionisti verso un’integrazione delle competenze: è la domanda reale dei pazienti, che cercano soluzioni complete, coerenti, pensate per la loro unicità.
Negare questa complessità è una scelta che può forse rassicurare chi preferisce lavorare in un recinto specialistico ben definito, ma che rischia di non rispondere davvero alle esigenze di chi si affida alle nostre cure. La clinica – se vuole essere davvero al servizio del paziente – non può più permettersi una visione semplificata di chi il paziente è, né di ciò che si aspetta da noi.
Non sarà certo un appello all’elite romana, ancorché fatto dal suo ambasciatore, ad eliminare il suo bias percettivo su valori e aspettative dell’elite stessa (qualunque cosa voglia dire questa espressione).
La proposta si chiude con un riferimento diretto all’esperienza personale dell’autore, come dimostrazione definitiva della tesi sostenuta. La narrazione è quella di un professionista che, forte di decenni di pratica in una disciplina ben delimitata, afferma di aver scelto la specializzazione come forma di rigore e coerenza. Scelta legittima, rispettabile, persino ammirevole. Ma da qui a trasformare quella traiettoria personale in un modello prescrittivo per l’intera professione il salto è metodologicamente troppo lungo per essere sostenibile.
Un’esperienza personale, per quanto vasta, non può fondare un principio generale. Al contrario, utilizzare se stessi come prova dell’universalità di una tesi è una forma di bias argomentativo noto come effetto di auto-convalida. Il rischio è quello di trasformare un’opinione soggettiva in una norma implicita, senza passare dal filtro del confronto, del pluralismo e della complessità clinica.
Se poi la tesi sostenuta è quella della specializzazione come unica via all’eccellenza, allora l’autoreferenzialità diventa un paradosso: non si può invocare l’autorità del caso singolo per affermare un principio teorico che rifiuta, per definizione, ogni contaminazione orizzontale.
Il punto non è negare valore all’esperienza maturata nel tempo: è riconoscere che essa, da sola, non basta a dire cosa sia giusto per tutti, né a tracciare i confini di ciò che un clinico può o non può legittimamente fare. Le scelte personali meritano rispetto, ma non possono essere proposte come verità collettiva (ancora meno come verità scientifica).
Esistono molte ragioni legittime per scegliere di non introdurre l’odontoiatria estetica nel proprio studio. Alcune sono pratiche, altre strategiche, altre ancora etiche. Tra le più convincenti – per chiarezza e aderenza alla realtà del mercato – ci sono senz’altro quelle espresse da Frank Merenda in uno dei suoi recenti articoli, dove si analizzano i costi, i posizionamenti e le scelte di branding che un professionista può (e deve) fare per difendere la propria identità.
Non posso sapere se chi difende la specializzazione estrema abbia letto quell’articolo, se lo abbia compreso o se ne condivida i presupposti. Di certo, però, ha preferito affidare la propria argomentazione a riferimenti accademici come Ericsson, percepito forse come un “padre nobile” più adatto a dare dignità scientifica a una posizione già assunta.
Eppure, sarebbe stato più efficace – e soprattutto più coerente – parlare apertamente di marketing, anziché dissimularlo dietro concetti cognitivi, neuroscientifici o retoriche elitarie. Le scelte professionali sono anche scelte strategiche, ed è perfettamente lecito orientarle in base a un posizionamento sul mercato. Ma proprio per questo, è bene chiamare le cose con il loro nome: non sempre si tratta di difendere la scienza, a volte si tratta di difendere una strategia.
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