

In una buona parte degli studi dentistici italiani il ciclo della cassa costituisce un concetto oscuro e i risultati non tardano a manifestarsi: la generale ritrosia nel farsi pagare per tempo e a tariffe congrue dai pazienti crea una situazione di crescente squilibrio finanziario che in mancanza di interventi consapevoli e decisi si trasforma inesorabilmente in squilibrio economico e patrimoniale. In questo articolo descriviamo la situazione e le corrette prassi per evitare le sue degenerazioni patologiche.

il ciclo della cassa nello studio dentistico
Scopo di questo articolo è quello di comprendere il motivo per cui molti studi crescono ma restano senza liquidità (e soprattutto quello di comprendere come evitarlo)
Chi si occupa di organizzazione e analisi economica degli studi dentistici incontra molto spesso una situazione apparentemente paradossale: lo studio lavora molto, la produzione cresce, i pazienti non mancano e tuttavia la cassa è sempre sotto pressione. Il conto corrente non accumula liquidità e il titolare vive con la sensazione di correre continuamente per sostenere l’attività.
Questo fenomeno non è raro e non dipende quasi mai da un problema clinico o da una carenza di domanda. Nella maggior parte dei casi la causa è molto più semplice e riguarda il modo in cui la produzione dello studio si trasforma – o non si trasforma – in liquidità.
In economia aziendale questo meccanismo prende il nome di ciclo della cassa. Comprendere il ciclo della cassa nello studio dentistico significa capire quando il lavoro clinico diventa realmente denaro disponibile e perché, in alcune situazioni, uno studio può crescere senza migliorare la propria stabilità finanziaria.
Dal punto di vista tecnico il ciclo della cassa rappresenta l’intervallo temporale che intercorre tra il momento in cui lo studio sostiene i costi per erogare una prestazione e il momento in cui incassa il relativo pagamento.
Questa definizione, apparentemente teorica, descrive un meccanismo molto concreto. Ogni prestazione odontoiatrica richiede costi: laboratorio odontotecnico, materiali e dispositivi, compensi ai collaboratori, personale di assistenza, costi di struttura. Questi costi vengono sostenuti in tempi abbastanza rapidi, spesso nelle prime fasi del trattamento.
L’incasso invece può arrivare molto più tardi.
In termini molto semplici: lo studio paga oggi per realizzare una cura che verrà pagata dal paziente domani. Tra questi due momenti si apre un intervallo temporale che qualcuno deve finanziare.
Se questo intervallo è breve il problema è limitato. Se diventa lungo e sistematico, lo studio deve anticipare quantità sempre maggiori di capitale.
Osservando il funzionamento economico di molti studi dentistici emerge un modello finanziario sorprendentemente ricorrente: lo studio paga subito e incassa dopo.
Dal lato delle uscite troviamo costi che devono essere sostenuti rapidamente: laboratorio odontotecnico, componenti implantari, compensi ai collaboratori, stipendi del personale, materiali e dispositivi.
Dal lato degli incassi la situazione è spesso molto diversa. Sempre più pazienti pagano le cure attraverso rate, finanziamenti o dilazioni concordate con lo studio.
Il risultato è un disallineamento tra tempi di pagamento e tempi di incasso. Lo studio sostiene i costi delle prestazioni in tempi rapidi, mentre gli incassi arrivano molto più lentamente.
In pratica lo studio non si limita a erogare prestazioni sanitarie, ma anticipa anche il capitale necessario per realizzarle.
Per capire meglio questo meccanismo, immaginiamo un caso implantoprotesico con un valore complessivo di 6.000 euro.
Per realizzare questo trattamento lo studio sostiene diversi costi. Il laboratorio può costare circa 1.400 euro. Il compenso al collaboratore può arrivare a circa 2.400 euro. I materiali implantari possono valere circa 200 euro.
Il costo clinico complessivo è quindi di circa 4.000 euro.
Se il paziente paga il trattamento in 18 mesi la dinamica finanziaria diventa evidente. Lo studio sostiene gran parte dei costi nelle prime fasi del trattamento ma incassa il corrispettivo lentamente nel tempo.
In sostanza lo studio ha anticipato circa 4.000 euro per realizzare la prestazione e recupererà quella liquidità solo gradualmente.
Quando casi di questo tipo diventano numerosi, il capitale anticipato cresce rapidamente.
In economia aziendale questo fenomeno prende il nome di capitale circolante.
Il capitale circolante rappresenta la quantità di risorse finanziarie che l’impresa deve immobilizzare per sostenere la propria attività operativa.
Nel caso dello studio dentistico il capitale circolante è costituito soprattutto dai crediti verso pazienti, cioè dalle prestazioni già erogate ma non ancora incassate.
Qui nasce uno dei più grandi equivoci nella gestione economica degli studi dentistici: il fatturato non coincide con la liquidità. Una parte del fatturato esiste solo come credito e non è ancora diventata cassa.
Più cresce il volume delle cure pagate nel tempo, più cresce la quantità di capitale che lo studio deve anticipare.
Il ciclo della cassa spiega anche un fenomeno che sorprende molti titolari: la crescita dello studio può generare tensione finanziaria.
Immaginiamo uno studio che passa da una produzione annua di 800.000 euro a una produzione di 1.200.000 euro. Lo studio lavora di più, realizza più prestazioni e produce più fatturato.
Tuttavia, se una parte significativa di queste prestazioni viene pagata a rate, anche i crediti verso pazienti cresceranno.
Lo studio si troverà quindi a finanziare una quantità molto maggiore di prestazioni non ancora incassate.
Il risultato può essere questo: la produzione cresce, i crediti crescono ancora di più e la liquidità resta sotto pressione.
In altre parole lo studio lavora di più, ma deve anticipare molto più capitale.
A questo punto è necessario fare un passo ulteriore e affrontare una questione che raramente viene discussa apertamente.
La cattiva gestione della cassa negli studi dentistici non nasce solo da errori tecnici. Spesso nasce da un problema culturale molto più profondo.
Molti dentisti ricevono fin dalla formazione universitaria una rappresentazione quasi caricaturale del rapporto tra medicina ed economia. Il messaggio implicito – talvolta esplicitato – è che parlare di denaro, chiedere pagamenti o ragionare in termini economici sia in qualche modo incompatibile con la dignità dell’arte medica.
A questo si aggiunge il martellamento, spesso ipocrita, di alcuni ambienti associativi e ordinistici che alimentano l’idea secondo cui l’attenzione agli aspetti economici sarebbe una sorta di tradimento della professione.
Il risultato di questo clima culturale è che molti dentisti sviluppano una vera e propria ritrosia nei confronti dei fatti economici dello studio.
Si arriva così a situazioni paradossali: professionisti che gestiscono strutture complesse, con costi rilevanti e personale numeroso, ma che quasi si vergognano di chiedere il pagamento delle prestazioni.
Questa impostazione produce effetti molto concreti.
Molti studi finiscono per concedere piani di pagamento troppo lunghi, sconti irrazionali o addirittura prestazioni gratuite non motivate da reali ragioni cliniche.
Talvolta il problema non è nemmeno la dilazione concessa, ma il modo in cui viene gestita. Pagamenti non formalizzati, controlli inesistenti sugli insoluti e un generale imbarazzo nel richiamare il paziente quando i pagamenti non arrivano.
Il risultato è un allungamento sistematico del ciclo della cassa.
Lo studio paga subito ma incassa sempre più tardi.
A questo si aggiunge un secondo fattore altrettanto importante: l’erogazione di prestazioni a tariffe non congrue.
Quando lo studio non copre adeguatamente i propri costi e non genera un margine sufficiente, la situazione finanziaria diventa inevitabilmente fragile. Abbiamo trattato in lungo e in largo questi argomenti in Libro economia odontoiatrica
Il margine non è un lusso o un eccesso di profitto. È ciò che consente allo studio di rinnovare le attrezzature, investire nella formazione, migliorare la qualità delle prestazioni e mantenere una struttura organizzativa adeguata.
Quando questo margine non esiste, lo studio entra in una condizione di equilibrio precario.
La combinazione di questi fattori – ciclo della cassa lungo, tariffe non adeguate e ritrosia culturale verso i fatti economici – crea un mix talvolta letale.
Il motore economico dello studio si inquina progressivamente. La struttura funziona, ma con sempre maggiore fatica.
In queste situazioni il titolare finisce per assumere un ruolo ben preciso: quello del criceto nella ruota.
Lavora sempre di più per sostenere l’equilibrio dello studio, ma la sensazione di stabilità non arriva mai davvero.
La buona notizia è che questo problema può essere governato.
La prima leva riguarda la struttura dei pagamenti dei pazienti. Acconti iniziali adeguati e piani di pagamento ragionevoli riducono il capitale che lo studio deve anticipare.
La seconda riguarda il controllo dei costi clinici e delle tariffe. Ogni prestazione deve coprire i costi e generare un margine sufficiente.
La terza riguarda il monitoraggio sistematico dei crediti verso pazienti e della liquidità disponibile.
Ma soprattutto è necessario un cambiamento culturale: lo studio dentistico è un organismo economico oltre che sanitario. Ignorare questa realtà non rende la professione più nobile, ma rende semplicemente lo studio più fragile.
Comprendere il ciclo della cassa nello studio dentistico significa comprendere che la stabilità economica di una struttura sanitaria non dipende soltanto dalla qualità clinica o dal numero di pazienti.
Dipende anche dalla capacità di trasformare la produzione in liquidità reale e disponibile.
La vera domanda che ogni titolare dovrebbe porsi non è soltanto quanto produce lo studio, ma quanto capitale è necessario anticipare per produrre quel fatturato.
Perché è proprio nella gestione della cassa che spesso si decide il futuro economico di uno studio dentistico.
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