

Ogni volta che il legislatore decide di “semplificare” la vita ai professionisti, sappiamo già come andrà a finire: una norma nuova, tre interpretazioni diverse, cinque dubbi […]

manutenzione dell'immobile
Ogni volta che il legislatore decide di “semplificare” la vita ai professionisti, sappiamo già come andrà a finire: una norma nuova, tre interpretazioni diverse, cinque dubbi e un mucchio di professionisti che scoprono troppo tardi di aver capito male.
Con il D.Lgs. 192/2024 non si fa eccezione. Il decreto ha introdotto l’articolo 54-quinquies del TUIR, quello che dovrebbe riscrivere le regole di deduzione per le spese di manutenzione e ristrutturazione degli immobili strumentali.
Peccato che, come spesso accade, l’effetto pratico rischi di essere l’ennesimo esercizio di equilibrismo fiscale più che un reale passo avanti verso la chiarezza.
La norma distingue — con una sicurezza che commuove — tra manutenzione “ordinaria” e “straordinaria”.
La prima resta interamente deducibile per cassa, purché non si tratti di immobili ad uso promiscuo (dove la deducibilità scende al 50%).
La seconda — cioè le spese per ammodernamento, ristrutturazione o manutenzione straordinaria — va invece spalmata in sei anni, sempre con la decurtazione al 50% per l’uso promiscuo.
Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole: la solita ossessione per l’aritmetica fiscale applicata all’intonaco e alle piastrelle.
Il punto, però, è un altro. Se c’è un settore che conosce bene la differenza tra “ordinaria” e “straordinaria” manutenzione è proprio quello odontoiatrico, dove basta un nuovo riunito o una piccola ristrutturazione per mandare in tilt i conti di uno studio.
Eppure, la norma continua a trattare il professionista come se avesse un unico scopo: sistemare il bagno o cambiare le tende, non gestire un’impresa sanitaria con logiche economiche complesse.
Le nuove regole si applicano dal periodo d’imposta 2024. Per tutto ciò che è stato fatto prima, restano validi i vecchi criteri: 5% del valore dei beni ammortizzabili con deduzione a scaglioni nei cinque esercizi successivi.
Tradotto: due regimi paralleli che convivono pacificamente, ma solo sulla carta.
Nella pratica, commercialisti e professionisti dovranno tenere due registri, due logiche e una discreta dose di pazienza — che, come noto, non è deducibile.
Il decreto avrebbe dovuto colmare la storica disparità tra chi acquista l’immobile in proprietà e chi lo prende in leasing. Non lo ha fatto.
Ancora una volta, chi compra si vede negare la deduzione delle quote di ammortamento, mentre chi prende in leasing può portare in deduzione i canoni.
La riforma fiscale, come una favola infinita, continua a promettere equità ma rimanda sempre il lieto fine al “prossimo provvedimento”.
In teoria, l’obiettivo è rendere più coerente la tassazione del reddito professionale. In realtà, si è solo aggiunto un altro strato di complicazione a un sistema già saturo.
Il legislatore continua a immaginare il professionista come un soggetto che produce reddito in modo “occasionale”, non come un imprenditore della conoscenza e del capitale umano che organizza risorse, processi e investimenti.
Il risultato è che la fiscalità resta ancorata a un paradigma novecentesco, inadeguato per chi oggi gestisce strutture moderne, digitalizzate, integrate in reti professionali.
È inutile girarci intorno: finché il fisco non riconoscerà la piena natura imprenditoriale del lavoro professionale, continueremo a vedere norme che sembrano pensate per idraulici del secolo scorso e non per cliniche del futuro.
La deducibilità delle spese, in questo contesto, non è che un sintomo.
Il problema vero è culturale: lo Stato continua a parlare la lingua della burocrazia mentre i professionisti parlano ormai quella dell’impresa.
E quando due lingue diverse convivono nello stesso ordinamento, serve un interprete.
Finché non lo troveremo, continueremo a manutenere il sistema fiscale con la stessa dedizione con cui si vernicia un muro pieno di crepe. Oppure non resterà che passare alla veste formalmente imprenditoriale anche per l’attività dei professionisti odontoiatri. Ma di questo abbiamo parlato così tante volte che non è il caso di infierire.
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