

Molti errori fiscali non nascono dalla mancata conoscenza delle norme, ma da un modo sbagliato di prendere le decisioni. In questo terzo articolo della serie sulla pianificazione fiscale analizziamo cinque errori che uno studio dentistico strutturato non dovrebbe più commettere: dalla pianificazione fatta all’ultimo momento al rapporto con il commercialista, fino alla convinzione che esista una soluzione fiscale valida per tutti. Perché la vera pianificazione non riguarda solo le imposte, ma il progetto imprenditoriale e personale del titolare.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 3 di 11
Gli errori fiscali più costosi raramente nascono dalla mancata conoscenza di una norma. Molto più spesso sono la conseguenza di decisioni prese senza un metodo e senza una visione d’insieme dello studio.
Ti faccio una confessione.
Quando ho iniziato a interessarmi di organizzazione e pianificazione fiscale degli studi dentistici, ero convinto che gli errori più costosi dipendessero dalla complessità delle norme.
Pensavo che il problema fosse conoscere poco il fisco.
Con il tempo mi sono accorto che non era così.
Oggi credo che gli errori davvero pericolosi nascano molto prima di una dichiarazione dei redditi, di un modello F24 o di un confronto con il commercialista. Nascono nel momento in cui prendiamo una decisione senza esserci posti le domande giuste.
È una differenza sottile, ma cambia completamente il modo di guardare la fiscalità.
Per questo motivo non troverai un elenco di “trucchi” per pagare meno imposte. E nemmeno una raccolta delle ultime novità normative.
Vorrei fare qualcosa di diverso.
Vorrei condividere quelli che, nella mia esperienza, sono gli errori che vedo ripetersi con maggiore frequenza negli studi dentistici strutturati. Alcuni li ho osservati nei colleghi, altri li ho commessi personalmente, altri ancora li ho evitati soltanto perché qualcuno, prima di me, mi ha aiutato a guardare il problema da un’altra prospettiva.
Se ti riconoscerai in qualcuno di questi errori, non prenderlo come un giudizio.
Consideralo un invito a fermarti qualche minuto e a chiederti se il modo in cui stai prendendo certe decisioni sia davvero quello più adatto agli obiettivi che hai per il tuo studio.
Perché, in fondo, è proprio questo il filo conduttore di tutta questa serie: la pianificazione fiscale non serve a inseguire il risparmio d’imposta. Serve a prendere decisioni migliori.
Se dovessi indicare l’errore che incontro più spesso, probabilmente sceglierei questo.
Pensare alla pianificazione fiscale quando l’anno è ormai finito.
Sembra banale, eppure è una situazione molto frequente.
Per gran parte dell’anno lo studio lavora, investe, assume collaboratori, acquista attrezzature, distribuisce incarichi e prende decine di decisioni. Poi, tra novembre e dicembre, nasce improvvisamente una domanda:
“C’è qualcosa che possiamo fare per pagare meno tasse?”
La risposta, qualche volta, è sì.
Il problema è che, nella maggior parte dei casi, la partita è già stata giocata.
Chi mi conosce sa che non amo ripetere sempre gli stessi concetti, ma questo merita di essere ribadito: la pianificazione fiscale non si fa a dicembre. A dicembre, semmai, si cerca di limitare le conseguenze di decisioni prese nei mesi precedenti.
Ed è proprio qui che nasce un secondo errore, strettamente collegato al primo.
Molti studi continuano a considerare gli acconti d’imposta come una sorpresa inevitabile, quando invece dovrebbero rappresentare una delle grandezze più monitorate durante l’anno.
Attenzione, non sto dicendo che sia possibile conoscere con precisione, molti mesi prima, l’importo delle imposte. Sarebbe irrealistico. Sto dicendo qualcosa di diverso.
Uno studio organizzato dovrebbe essere in grado di stimare, con ragionevole attendibilità, la direzione in cui si sta muovendo il proprio risultato economico, il proprio reddito imponibile e, di conseguenza, anche il probabile fabbisogno finanziario necessario per far fronte agli obblighi fiscali.
È un cambio di prospettiva importante. Non perché consenta sempre di pagare meno imposte. Ma perché permette di prendere decisioni quando c’è ancora il tempo per farlo.
E, se ci pensi, è esattamente questo il significato della parola pianificazione.
Se il primo gruppo di errori riguarda il quando prendiamo le decisioni, il secondo riguarda come leggiamo i numeri dello studio.
E qui, permettimi di dirtelo, credo che molti di noi abbiano commesso almeno uno di questi errori.
Il primo consiste nel confondere l’utile con la liquidità.
Può sembrare una distinzione da addetti ai lavori, ma in realtà riguarda la vita quotidiana di qualsiasi imprenditore.
Capita di chiudere un esercizio con un utile soddisfacente e, qualche mese dopo, domandarsi perché il conto corrente non trasmetta la stessa tranquillità. Oppure di avere una buona disponibilità bancaria e pensare che questo significhi automaticamente poter affrontare nuovi investimenti o distribuire utili.
L’utile racconta una storia. La liquidità ne racconta un’altra. Chi guida uno studio deve imparare a leggere entrambe.
Un errore molto simile è quello di confondere un costo deducibile con un costo utile.
Ne abbiamo parlato nell’articolo precedente, ma credo valga la pena ribadirlo perché è uno degli equivoci più diffusi.
Una spesa può essere perfettamente deducibile e, nello stesso tempo, rappresentare un investimento poco coerente con gli obiettivi dello studio.
Allo stesso modo, un investimento strategico può mantenere tutta la propria validità anche se il vantaggio fiscale è limitato.
Questo cambia profondamente il modo di ragionare.
La domanda non dovrebbe essere:” Quanto riesco a recuperare attraverso il fisco?”
La domanda dovrebbe diventare:” Questo investimento contribuirà davvero a rendere lo studio più efficiente, più competitivo o più solido nei prossimi anni?”
La risposta fiscale arriverà dopo. E sarà certamente importante.
Ma non dovrebbe mai essere la risposta che guida la decisione.
Questo, probabilmente, è l’equivoco che incontro più spesso.
Quando chiedo a un collega come abbia deciso di aprire una società, di distribuire gli utili o di effettuare un certo investimento, la risposta è spesso la stessa:
“Me l’ha consigliato il commercialista.”
Capisco perfettamente questa risposta.
Anch’io considero il commercialista una figura fondamentale. Sarebbe impensabile gestire oggi uno studio strutturato senza il supporto di un professionista competente.
Il problema nasce quando, quasi senza accorgercene, gli attribuiamo un ruolo che non è il suo.
Il commercialista non è l’imprenditore dello studio. È il consulente dell’imprenditore. Sono due cose molto diverse.
Lui conosce le norme, interpreta la legislazione, valuta i rischi, ti aiuta a scegliere la soluzione tecnicamente corretta e a non commettere errori fiscali o legali.
Ma gli obiettivi dello studio non può deciderli lui.
Non può sapere se tra due anni vorrai aprire una seconda sede, inserire un socio, rallentare l’attività, aumentare gli investimenti o costruire un patrimonio da trasferire ai tuoi figli.
Quelle sono decisioni imprenditoriali. E la pianificazione fiscale nasce proprio lì.
Il commercialista ti aiuta a percorrere la strada migliore. Ma la destinazione devi sceglierla tu.
È per questo che, nel tempo, ho cambiato completamente il modo di vivere il rapporto con i miei consulenti.
Non chiedo più: “Che cosa devo fare?” Cerco piuttosto di dire: “Questo è l’obiettivo che vorrei raggiungere. Qual è il percorso fiscalmente, civilisticamente e giuridicamente più corretto per arrivarci?”
Può sembrare una sfumatura. In realtà cambia completamente il rapporto tra imprenditore e consulente. E, soprattutto, restituisce a ciascuno il proprio ruolo.
Questo è un errore enorme. E soprattutto è molto attuale.
Quanti colleghi, negli ultimi anni, hanno sentito dire: “Apri una SRL, così paghi meno tasse.”
Il problema è che questa frase contiene una piccola verità e una grande semplificazione. La piccola verità è che una società può offrire opportunità fiscali molto interessanti.
La grande semplificazione è pensare che basti cambiare la forma giuridica perché cambi automaticamente il risultato.
La società non è una medicina. È uno strumento. E come tutti gli strumenti funziona bene soltanto se viene utilizzato nel contesto giusto.
Una SRL modifica il modo in cui produci il reddito. Modifica il modo in cui puoi prelevare denaro. Può modificare la pianificazione previdenziale.
Può incidere sulla governance, sulla responsabilità patrimoniale, sull’ingresso di nuovi soci, sulla continuità dell’attività e sulla possibilità di costruire un progetto imprenditoriale che vada oltre il lavoro del singolo professionista.
Capisci perché mi convince poco chi riduce tutto a una semplice comparazione di aliquote?
La domanda non dovrebbe essere: “Quanto risparmio?”
La domanda dovrebbe essere: “La struttura che sto scegliendo è coerente con il progetto che ho in mente per il mio studio?”
È una domanda molto più impegnativa. Ma è anche quella giusta.
“Il mio collega ha fatto così.”
Oppure:
“Ho un amico che ha aperto una holding.”
O ancora:
“Tutti stanno passando alla SRL.”
Ogni volta che sento ragionamenti di questo tipo mi viene spontaneo fare una domanda.
Sei davvero nella stessa situazione?
Perché la pianificazione fiscale non è un protocollo clinico. È molto più simile a un abito sartoriale.
Puoi acquistare il miglior vestito del mondo. Ma se è stato cucito sulle misure di un’altra persona, difficilmente ti starà bene.
Il paragone con la clinica di tutti i giorni è facile: possiamo vendere a tutti la stessa dentiera o lo stesso apparecchio ortodontico? Ogni carie viene trattata nello stesso modo? La risposta è ovvia: no!
Con la fiscalità accade qualcosa di molto simile.
Due dentisti possono avere lo stesso fatturato e lo stesso utile, eppure aver bisogno di una pianificazione completamente diversa.
Perché? Perché la fiscalità non dipende soltanto dai numeri dello studio, dipende anche dalla persona che c’è dietro quello studio.
C’è chi vuole far crescere rapidamente l’impresa e reinvestire gli utili. C’è chi, invece, desidera massimizzare il reddito disponibile per la propria famiglia.
C’è chi ha figli e sta già pensando al passaggio generazionale. Chi vive da solo.
Chi possiede un patrimonio immobiliare.
Chi esercita esclusivamente nello studio. Chi affianca all’attività clinica la consulenza, la formazione o altre iniziative imprenditoriali.
Chi ha quarant’anni davanti a sé e chi, legittimamente, inizia a interrogarsi su come trasformare il patrimonio costruito in una rendita futura.
Potrei continuare ancora.
Il punto è che la pianificazione fiscale non tiene conto soltanto delle imposte. Tiene conto della vita.
Ed è proprio per questo che diffido delle soluzioni standard. Non esiste la SRL che conviene sempre a chi non ce l’ha. Così come non esiste una Holding che convenga sempre a chi ha una Srl.
Non esiste il compenso perfetto. Non esiste la holding giusta per tutti.
Esistono strumenti che possono essere straordinari, ma solo se sono coerenti con gli obiettivi professionali, patrimoniali e personali di chi li utilizza.
Forse è questa la differenza più grande tra una consulenza fiscale e una vera pianificazione.
La consulenza risponde alla domanda: “Qual è la soluzione tecnicamente corretta?”
La pianificazione aggiunge una domanda ancora più importante: “È la soluzione giusta per la mia vita?”
A questo punto dovrei parlarti del sesto errore. In realtà dovrei parlarti anche del settimo, dell’ottavo, del nono e del decimo.
Avevo iniziato a farlo. Poi, rileggendo queste pagine, mi sono fermato.
Mi sono reso conto che avrei commesso lo stesso errore che sto cercando di farti evitare: affrontare argomenti complessi con la fretta di arrivare a una conclusione.
Il sesto errore, ad esempio, riguarda il modo in cui il titolare di una società odontoiatrica decide di remunerare se stesso. È un tema che, troppo spesso, viene affrontato cercando la soluzione fiscalmente più conveniente, quando in realtà coinvolge aspetti molto più ampi: la liquidità della società, gli equilibri economici, la previdenza, la protezione del patrimonio personale e, in definitiva, il progetto imprenditoriale che ciascuno ha costruito intorno al proprio studio.
Liquidare tutto questo in poche righe sarebbe un peccato.
Preferisco dedicargli il tempo che merita.
Nel prossimo articolo parleremo proprio di questo. Cercheremo di capire quanto dovrebbe prelevare il titolare di una SRL odontoiatrica e, soprattutto, perché non esiste una risposta valida per tutti. Anche in questo caso, infatti, la domanda giusta non è “Qual è la soluzione che fa pagare meno tasse?”, ma “Qual è la soluzione più coerente con gli obiettivi che ho per il mio studio e per la mia vita?”
Per oggi mi fermo qui.
Se c’è una cosa che mi piacerebbe rimanesse di questo articolo è che gli errori fiscali più costosi non sono quasi mai quelli che nascono dall’ignoranza di una norma. Molto più spesso sono il risultato di decisioni prese senza una visione d’insieme.
Ed è proprio quella visione che, un passo alla volta, sto cercando di costruire insieme a te.
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