

ENPAM e società odontoiatrica sono legate da obblighi contributivi che incidono direttamente sulla pianificazione fiscale del dentista. Capire chi deve versare, su quale base e con quali effetti è essenziale per valutare correttamente la convenienza delle diverse forme societarie e il costo complessivo delle proprie scelte.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 8 di 11
Quando parliamo di pianificazione fiscale siamo abituati a concentrarci sulle imposte. Ma per un dentista c’è un’altra voce capace di incidere pesantemente sulla liquidità personale: la previdenza obbligatoria. Ignorarla significa fare i conti solo a metà.
Quando parliamo di tasse noi dentisti diventiamo improvvisamente molto sensibili alle percentuali.
Discutiamo dell’IRPEF, dell’IRES, dell’imposta sui dividendi, confrontiamo regimi fiscali e strutture societarie e siamo perfettamente capaci di passare una serata a discutere se una determinata soluzione consenta di risparmiare qualche punto percentuale.
Poi c’è l’ENPAM.
E qui, curiosamente, la nostra attenzione tende a diminuire proprio quando le percentuali diventano interessanti.
La sola Quota B può arrivare a incidere per quasi il 20% sul reddito libero-professionale assoggettato a contribuzione. Una dimensione economica tale che stabilire se un determinato reddito debba o meno essere assoggettato a quella contribuzione può produrre sulla liquidità disponibile un effetto molto più rilevante di tante sofisticate strategie fiscali sulle quali siamo abituati a concentrare la nostra attenzione.
Questo non significa, però, che pagare meno contributi sia automaticamente un affare. Ed è qui che il ragionamento diventa interessante.
Un’imposta, una volta pagata, ha sostanzialmente concluso la propria storia con noi. Un contributo previdenziale ha una natura diversa: concorre a costruire la nostra posizione previdenziale e quindi una prestazione futura. Possiamo discutere della sua convenienza, del rendimento implicito, delle regole del sistema e perfino di quanto ci piaccia essere obbligati a parteciparvi, ma non possiamo semplicemente considerarlo alla stregua di una tassa.
D’altra parte, neppure il ragionamento opposto può essere accettato automaticamente. Dire che ridurre la contribuzione obbligatoria significa necessariamente impoverire il proprio futuro previdenziale presuppone che la liquidità risparmiata venga consumata. Ma quella stessa liquidità potrebbe essere destinata, quando ne ricorrano le condizioni, ad altre forme di accumulo e previdenza: un fondo pensione, un TFM per chi ricopre il ruolo di amministratore, strumenti assicurativi o altre componenti di un patrimonio costruito per produrre reddito negli anni in cui lavoreremo meno.
A quel punto il problema cambia completamente.
Non stiamo più cercando semplicemente di pagare meno ENPAM. Stiamo decidendo quanta parte della ricchezza prodotta oggi vogliamo destinare alla previdenza obbligatoria, quanta eventualmente ad altre forme di previdenza e investimento e quanta vogliamo mantenere disponibile per la famiglia e per l’impresa.
È una decisione fiscale, previdenziale, finanziaria e patrimoniale nello stesso momento. Ed è precisamente il genere di decisione che non può essere presa guardando una sola percentuale.
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Proviamo a guardare il problema soltanto dal punto di vista della liquidità, almeno per un momento.
Quando valutiamo una strategia fiscale siamo abituati a entusiasmarci per differenze di qualche punto percentuale. Se una scelta ci permette di ridurre il carico fiscale del 3, del 5 o del 10%, improvvisamente abbiamo tutta la nostra attenzione. È comprensibile: alla fine quelle percentuali diventano denaro che rimane nelle nostre disponibilità.
Eppure, quando facciamo questi confronti, capita molto spesso di dimenticare una voce che per il dentista può essere enormemente più pesante: la Quota B ENPAM.
L’aliquota ordinaria è vicina al 20% del reddito libero-professionale assoggettato a contribuzione. Questo significa che capire quale reddito concorra alla base contributiva, quale ne rimanga fuori e attraverso quali forme venga prodotto o percepito non è un dettaglio previdenziale da verificare dopo aver concluso la pianificazione fiscale. È una delle variabili che devono entrare nel progetto fin dall’inizio.
Ed è proprio quando entra in gioco una società odontoiatrica che il ragionamento diventa particolarmente interessante.
Abbiamo visto nella puntata precedente che il dentista può trovarsi contemporaneamente in ruoli diversi: professionista, socio, amministratore e imprenditore. Il denaro che arriva alla persona fisica può quindi avere origini e nature differenti e non tutto ciò che finisce sul nostro conto corrente deve essere automaticamente considerato allo stesso modo dal punto di vista fiscale e previdenziale.
È qui che possiamo commettere errori enormi limitandoci a confrontare le aliquote fiscali.
Una soluzione che apparentemente consente di risparmiare qualche punto di IRPEF potrebbe diventare molto meno interessante quando aggiungiamo la componente previdenziale; al contrario, un’organizzazione corretta dei redditi che modifica legittimamente anche l’imponibile contributivo può produrre sulla liquidità disponibile effetti molto rilevanti.
Non significa che dobbiamo organizzare la nostra attività con l’obiettivo di sottrarre reddito alla contribuzione ENPAM. Sarebbe un modo piuttosto povero di intendere la pianificazione e, soprattutto, ci farebbe ricadere nello stesso errore che abbiamo cercato di evitare per tutta questa serie: scegliere prima lo strumento e soltanto dopo domandarci quali conseguenze produce.
Significa però una cosa molto concreta: non possiamo sapere quanto ci costa davvero una determinata scelta finché non abbiamo calcolato anche il suo effetto previdenziale. E quando quella differenza può avvicinarsi al 20%, dimenticarsene non è esattamente un errore di arrotondamento.
A questo punto sarebbe molto facile fare un ragionamento apparentemente impeccabile: se riesco legittimamente a ridurre il reddito assoggettato alla Quota B, ho risparmiato quasi il 20% e quindi ho fatto un ottimo affare.
C’è però un problema. Un contributo previdenziale non è un’imposta.
Quando paghiamo un’imposta, quel denaro esce dalla nostra disponibilità e il rapporto economico, almeno per quanto ci riguarda direttamente, finisce lì. Quando versiamo un contributo previdenziale accade qualcosa di diverso: quel versamento concorre alla costruzione della nostra posizione previdenziale e quindi alla prestazione che ci verrà riconosciuta in futuro.
Naturalmente questo non significa che possiamo considerare ogni euro versato come denaro semplicemente accantonato in un salvadanaio con il nostro nome sopra. Un sistema previdenziale è molto più complesso, ha proprie regole di calcolo, incorpora elementi assicurativi e solidaristici e soprattutto trasforma contribuzione presente in una prestazione futura che dipenderà dalle condizioni previste dal sistema.
C’è poi una particolarità che rende il tutto meno romantico: rinunciamo oggi alla disponibilità di quel denaro, aspettiamo molti anni per riceverne i benefici e, quando finalmente arriverà la pensione, incontreremo nuovamente il fisco. Il nostro è evidentemente un rapporto destinato a durare.
Ma la distinzione rimane fondamentale.
Quando confrontiamo due strategie non possiamo mettere nella stessa colonna 10.000 euro di imposte e 10.000 euro di contributi come se rappresentassero esattamente lo stesso costo. Entrambi riducono la liquidità disponibile oggi, ma hanno una natura economica completamente diversa.
Ed è proprio su questo argomento che si fonda una posizione molto presente nel dibattito previdenziale professionale: ridurre la contribuzione può significare costruire una pensione futura più bassa e quindi quello che oggi appare come un risparmio potrebbe rivelarsi, molti anni dopo, un pessimo affare.
È un’obiezione che merita di essere presa sul serio. Ma non significa ancora che abbia sempre ragione.
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Proviamo allora a fare un passo avanti.
Accettiamo per un momento l’obiezione precedente: se verso meno contributi obbligatori, a parità di ogni altra condizione, sto costruendo una componente previdenziale inferiore.
Il punto interessante è proprio quell’espressione: “a parità di ogni altra condizione”. Perché un imprenditore non è obbligato a lasciare immutate tutte le altre condizioni.
Può decidere che la propria pensione futura non debba dipendere da un unico pilastro e costruire nel corso della vita professionale fonti diverse di reddito e patrimonio destinate agli anni nei quali lavorerà meno o smetterà completamente di lavorare.
Per chi opera attraverso una società, per esempio, il TFM dell’amministratore può entrare in questo progetto, naturalmente quando ne esistano i presupposti e sia correttamente istituito. A questo possono affiancarsi fondi pensione, strumenti assicurativi con finalità previdenziali o di accumulo e, più in generale, un patrimonio finanziario o immobiliare costruito nel tempo.
Non sono alternative automaticamente migliori dell’ENPAM e sarebbe sbagliato presentarle così. Hanno rendimenti, costi, rischi, fiscalità, vincoli e livelli di protezione differenti. Proprio per questo devono essere studiati e combinati.
Ed è qui che il concetto di risparmio contributivo cambia completamente significato. Immagina due dentisti che riescano legittimamente a conservare 15.000 euro di liquidità che altrimenti sarebbero stati destinati alla contribuzione.
Il primo li considera semplicemente maggiore reddito disponibile e aumenta il proprio tenore di vita. Il secondo stabilisce che quella somma dovrà alimentare ogni anno un progetto previdenziale e patrimoniale costruito su un orizzonte di venti o trent’anni.
Contabilmente hanno ottenuto lo stesso risparmio. Previdenzialmente hanno fatto due cose completamente diverse. Il primo ha semplicemente rinviato il problema. Il secondo ha scelto di assumersi personalmente una parte maggiore della responsabilità per il proprio futuro.
Ed è proprio qui che la pianificazione diventa più interessante della semplice ottimizzazione fiscale, perché non ci chiede più soltanto quanto possiamo risparmiare oggi. Ci obbliga a stabilire che cosa vogliamo trovare dall’altra parte, quando arriverà il momento di smettere di lavorare.
Così i due blocchi hanno due funzioni nette: il primo dice “attenzione, contributo e imposta non sono la stessa cosa”; il secondo dice “bene, allora progettiamo cosa fare della previdenza”. E l’esempio dei due dentisti rende concreta la differenza senza ripetere il ragionamento precedente.
C’è un ultimo aspetto che rischiamo di dimenticare quando parliamo di previdenza: il tempo.
A trentacinque o quarant’anni la pensione sembra un problema abbastanza lontano da poter essere tranquillamente affidato al futuro. Ci occupiamo dello studio, degli investimenti, della casa, dei figli, magari di un mutuo importante e di tutte quelle necessità che hanno la fastidiosa abitudine di presentarsi oggi, mentre la previdenza continua educatamente ad aspettare.
Il problema è che proprio il tempo è uno degli ingredienti più preziosi di qualsiasi progetto previdenziale.
Un dentista giovane, con molti anni di attività davanti, una società in crescita e una capacità di accumulo ancora da sviluppare si trova in una situazione completamente diversa da quella di un collega di sessant’anni che possiede un patrimonio consolidato, ha già maturato una lunga storia contributiva e sta cominciando a interrogarsi su quando e come ridurre l’attività clinica.
Pretendere di costruire per entrambi lo stesso modello previdenziale avrebbe poco senso.
Bisogna conoscere quanto è stato già versato, quale pensione obbligatoria si sta ragionevolmente costruendo, quali altre risorse sono disponibili e, soprattutto, quale reddito desideriamo avere quando il lavoro non sarà più la nostra principale fonte di sostentamento. Poi entrano in gioco la famiglia, il patrimonio, gli immobili, la società, gli investimenti, l’età alla quale immaginiamo di rallentare e perfino una domanda molto personale: quanto siamo disposti a rinunciare alla liquidità di oggi per avere maggiore sicurezza domani?
Solo a quel punto TFM, fondo pensione, previdenza obbligatoria, strumenti assicurativi e patrimonio personale cominciano ad assumere un significato. Presi singolarmente sono prodotti o istituti con caratteristiche proprie; messi insieme possono diventare parti di un progetto previdenziale.
È ancora una volta molto simile a quello che facciamo quotidianamente nel nostro lavoro. Possiamo conoscere perfettamente le caratteristiche di un impianto, di un materiale restaurativo o di un dispositivo ortodontico, ma quella conoscenza, da sola, non produce un buon piano di cura. Bisogna conoscere il paziente, formulare una diagnosi, immaginare un risultato e poi combinare gli strumenti disponibili in funzione di quell’obiettivo.
Con la previdenza accade la stessa cosa e forse questo è il punto più importante di tutto l’articolo: conoscere la Quota B è teoria. Decidere quale ruolo debba avere la Quota B nel tuo progetto previdenziale è pianificazione.
Ed è un progetto che vale soltanto per te, per la tua famiglia, per il patrimonio che hai già costruito e per quello che vorrai costruire negli anni che verranno. Proprio per questo conviene iniziare a pensarci quando la pensione sembra ancora molto lontana: quando diventa vicina, buona parte delle decisioni più potenti ha già perso il vantaggio del tempo.
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