
Le nuove tariffe SSN odontoiatriche 2026 riconoscono 26,40 euro per una prima visita odontostomatologica. Ma quanto costa realmente produrre quella prestazione rispettando tempi clinici adeguati, personale, materiali monouso, sterilizzazione, organizzazione, manutenzioni e standard di qualità e sicurezza? Partendo dai dati reali di controllo di gestione di uno studio odontoiatrico, abbiamo provato a scomporre il costo della visita e a confrontarlo con la nuova tariffa pubblica. Il risultato apre interrogativi che vanno ben oltre il compenso del dentista: riguardano la sostenibilità dell’odontoiatria convenzionata, la qualità delle prestazioni, gli incentivi economici creati dal sistema e, in ultima analisi, la tutela del paziente. Se lo Stato stabilisce requisiti, controlla le strutture e determina anche quanto valgono le prestazioni che acquista, una domanda diventa inevitabile: come si arriva esattamente a 26,40 euro?

Dal 21 settembre 2026 sono operative le nuove tariffe nazionali per le prestazioni di specialistica ambulatoriale e di assistenza protesica erogate nell’ambito del Servizio sanitario nazionale. Per una prima visita odontostomatologica lo Stato riconosce una tariffa di 26,40 euro.
Ventisei euro e quaranta centesimi.
Non è il prezzo imposto a una visita privata e non è neppure un semplice contributo pubblico al quale la struttura convenzionata possa aggiungere liberamente la differenza chiedendola al paziente. È la tariffa prevista per quella prestazione quando viene erogata nell’ambito del SSN, secondo le regole che disciplinano la partecipazione alla spesa dell’assistito.
Il giorno successivo all’entrata in applicazione del nuovo tariffario è intervenuta anche la CAO nazionale. Il presidente Andrea Senna ha parlato esplicitamente della necessità di considerare i “costi incomprimibili di una prestazione sanitaria corretta e sicura”, mettendo in relazione la sostenibilità delle tariffe con la possibilità stessa di garantire qualità, sicurezza e accesso alle cure.
È esattamente da qui che vorrei partire.
Mi occupo da molti anni di management odontoiatrico e controllo di gestione. Per questo non voglio discutere se 26,40 euro siano tanti o pochi sulla base di una sensazione, né trasformare questo articolo nell’ennesima rivendicazione di una categoria professionale che vorrebbe semplicemente essere pagata di più.
Vorrei fare una cosa molto più semplice. Vorrei fare i conti.
Perché prima di stabilire quanto vale una prestazione bisogna sapere quanto costa produrla. E quando parliamo di sanità dobbiamo aggiungere una condizione essenziale: quanto costa produrla correttamente, con tempi adeguati, professionisti qualificati, strumenti idonei, materiali appropriati, procedure di sterilizzazione, organizzazione e tutti gli standard di sicurezza e qualità che lo stesso Stato pretende dalle strutture sanitarie che autorizza, accredita e controlla.
Userò la prima visita odontostomatologica come esempio perché è una prestazione semplice, comprensibile e particolarmente adatta a essere scomposta nei suoi fattori produttivi. Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi soltanto le visite.
Probabilmente è vero il contrario.
Quando passiamo a prestazioni odontoiatriche più complesse entrano in gioco materiali, dispositivi, tecnologie, laboratorio odontotecnico, personale di supporto, tempi clinici, manutenzioni, protocolli e competenze professionali. E la distanza tra il costo necessario per produrre una prestazione al livello minimo possibile e quello necessario per produrla secondo standard qualitativi elevati può diventare molto più grande.
Quindi partiamo dalla cosa più facile.
Una visita.
Lo Stato dice: 26,40 euro.
Vediamo quanto costa farla.
Dire che 26,40 euro sono pochi non significa ancora nulla.
Per stabilire se una tariffa sia adeguata bisogna prima rispondere a una domanda molto semplice: quanto costa produrre correttamente quella prestazione?
È uno dei principi elementari del controllo di gestione.
Il costo di una prestazione odontoiatrica non coincide con il compenso del dentista che la esegue. Prima ancora che il professionista entri nella sala operativa esiste una struttura che deve essere disponibile, funzionante e conforme ai requisiti previsti: locali, impianti, apparecchiature, personale, manutenzioni, sterilizzazione, assicurazioni, sicurezza sul lavoro, gestione dei rifiuti, sistemi informatici, amministrazione e tutti gli altri costi necessari per tenere in funzione un’organizzazione sanitaria.
Una parte di questi costi esiste indipendentemente dal fatto che in quel momento sulla poltrona ci sia o meno un paziente. Sono costi che devono essere distribuiti sulle ore effettivamente produttive della struttura e, attraverso queste, sulle prestazioni erogate.
Poi ci sono il costo del professionista e i costi direttamente generati dalla singola prestazione.
È quindi perfettamente possibile che due strutture abbiano costi differenti. Dimensioni, organizzazione, personale, tecnologia, produttività e investimenti incidono sul risultato. Non esiste un costo identico per tutti gli studi odontoiatrici italiani.
Ma questo non elimina il problema. Semmai rende ancora più importante stabilire quale modello organizzativo e quale livello qualitativo siano stati presi come riferimento per determinare la tariffa pubblica. (Magari andrebbero considerati proprio i modelli organizzativi che lo Stato ti impone con i requisiti di autorizzazione e accreditamento?)
Perché una tariffa non può essere giudicata confrontandola soltanto con un’altra tariffa. Prima o poi bisogna arrivare ai fattori produttivi reali: persone, tempo, struttura, materiali e organizzazione.
È esattamente ciò che faremo con i 26,40 euro della prima visita odontostomatologica.
Nel mio studio questo conto lo facciamo.
Attraverso il controllo di gestione conosciamo il costo della nostra capacità produttiva e sappiamo quanto costa, mediamente, mettere a disposizione una sala operativa per un’ora.
Il risultato attuale è di circa 71 euro per ora/poltrona.
Non sto sostenendo che 71 euro rappresentino il costo standard di uno studio odontoiatrico italiano. Sarebbe metodologicamente scorretto. È il dato della mia struttura, con la sua organizzazione, il suo personale, i suoi investimenti e i suoi standard. Questo dato consente di esemplificare un concetto in modo pratico.
Ma è un dato reale.
E soprattutto bisogna capire cosa significa.
Quei 71 euro rappresentano il costo necessario per mettere a disposizione la capacità produttiva della struttura. Non comprendono ancora il compenso dell’odontoiatra che esegue la visita e non comprendono tutti gli eventuali costi variabili specificamente generati dalla singola prestazione.
Facciamo allora, per il momento, un’ipotesi volutamente semplice.
Se una prima visita occupasse una sala operativa per un’ora, il mio studio avrebbe già sostenuto circa 71 euro di costo strutturale.
La tariffa SSN è 26,40 euro.
Abbiamo quindi già consumato quasi tre volte la tariffa disponibile prima ancora di avere remunerato il dentista che deve visitare il paziente.
E non abbiamo ancora comprato un guanto.
Naturalmente si può obiettare che una visita non debba necessariamente durare un’ora. È un’obiezione legittima. Anzi, prendiamola sul serio.
Perché a questo punto la domanda successiva diventa inevitabile: quanto deve durare una prima visita odontoiatrica eseguita correttamente?
Non esiste un cronometro ministeriale che stabilisca una durata universale della prima visita odontoiatrica. E non intendo inventarlo io.
Una prima visita, però, non consiste nel far sedere il paziente sulla poltrona, guardargli rapidamente in bocca e salutarlo.
Bisogna raccogliere e aggiornare l’anamnesi, ascoltare il motivo della visita, eseguire l’esame obiettivo, valutare denti, parodonto, mucose e strutture di interesse odontoiatrico, esaminare la documentazione disponibile, acquisire quando necessario ulteriori elementi diagnostici, formulare una prima valutazione clinica, documentare quanto rilevato e informare il paziente.
La stessa voce tariffaria della prima visita odontostomatologica comprende, quando prevista dalla descrizione, anche l’eventuale radiografia endorale (che, peraltro, comporta un ulteriore costo, ma facciamo finta che non ci sia per amore di conversazione).
Quanto tempo serve?
Dipende dal paziente e dalla complessità del caso. Proprio per questo non voglio sostenere che ogni visita debba durare 60 minuti.
Facciamo invece tre ipotesi.
Con il costo orario di struttura del mio studio, pari a circa 71 euro, la sola occupazione della capacità produttiva costa:
La tariffa SSN è sempre 26,40 euro.
Quindi persino ipotizzando una prima visita di appena mezz’ora, nel mio studio la tariffa non sarebbe sufficiente a coprire neppure il costo della struttura utilizzata per produrla.
E continuiamo a non aver pagato il dentista.
Possiamo naturalmente ridurre ancora il tempo. Venti minuti costerebbero, per la sola struttura, circa 23,67 euro. Finalmente ci siamo quasi.
Resterebbero 2,73 euro. Con quei 2,73 euro dovremmo remunerare il professionista e sostenere gli ulteriori costi direttamente riferibili alla prestazione.
A questo punto il problema non è più stabilire se una visita possa materialmente essere conclusa in venti minuti. In alcuni casi potrà certamente accadere.
La domanda è un’altra: è questo il modello di prima visita odontoiatrica che il Servizio sanitario nazionale ha utilizzato per costruire la propria tariffa?
Se la risposta è no, vorremmo sapere quale sia. Se la risposta è sì, vorremmo sapere quali costi siano stati attribuiti ai minuti successivi.
Finora abbiamo deliberatamente lasciato fuori dal conto la persona senza la quale la visita odontoiatrica, con qualche difficoltà, non potrebbe essere eseguita: l’odontoiatra.
Anche qui evitiamo di scegliere un compenso particolarmente elevato per rendere più efficace il confronto. Facciamo esattamente il contrario. Supponiamo, a puro titolo esemplificativo, di attribuire al professionista un costo di 40 euro l’ora (una miseria).
Non sto sostenendo che debba essere questo il corretto valore economico della prestazione professionale di un odontoiatra. Sto utilizzando un numero semplice e prudente per verificare cosa accade al conto.
A questo punto il costo combinato di struttura e professionista diventa 111 euro l’ora:
Sempre prima di aggiungere gli eventuali costi variabili direttamente riferibili alla prestazione.
Di fronte rimangono i nostri 26,40 euro.
Possiamo persino rovesciare il calcolo.
Con un costo combinato di struttura e professionista di 111 euro l’ora, 26,40 euro acquistano circa 14 minuti e 16 secondi di capacità produttiva.
Quattordici minuti.
E dovremmo ancora trovare dentro quella tariffa lo spazio economico per gli ulteriori costi direttamente imputabili alla prestazione.
Naturalmente questo calcolo non pretende di dimostrare che il costo nazionale di una visita odontoiatrica sia 111 euro. Sarebbe lo stesso errore metodologico che stiamo contestando.
Dimostra però qualcosa di molto più semplice: in una struttura odontoiatrica reale, della quale conosciamo analiticamente i costi, 26,40 euro non si avvicinano neppure al costo di una prima visita eseguita con tempi che considero professionalmente adeguati.
E c’è un particolare che vale la pena ricordare. In tutti questi calcoli il profitto è ancora zero.
Non abbiamo riconosciuto alcun margine all’impresa, nessuna remunerazione del capitale investito e nessun ritorno per il rischio imprenditoriale.
Stiamo ancora parlando soltanto di costi.
Prima di chiederci quanto dovrebbe guadagnare chi eroga una prestazione sanitaria, quindi, abbiamo un problema molto più elementare: dobbiamo capire come evitare che perda denaro semplicemente per eseguirla correttamente.
Nel conto manca ancora qualcosa.
Una visita odontoiatrica non consuma soltanto tempo, struttura e lavoro professionale. Ogni volta che facciamo accomodare un paziente utilizziamo anche una quantità di materiali che, presi singolarmente, costano pochi centesimi o pochi euro, ma che hanno una caratteristica molto semplice: devono essere acquistati di nuovo per il paziente successivo.
Parliamo del tovagliolo e della pettorina, del bicchiere, dei puntali dell’aspiratore e della siringa aria-acqua, del collutorio, dei guanti e delle mascherine degli operatori, delle sovrascarpe quando previste dal protocollo, delle barriere protettive utilizzate sulle apparecchiature, della guaina monouso dello scanner, delle protezioni per le piastre ai fosfori utilizzate nelle radiografie endorali e del materiale necessario per confezionare e sterilizzare il tris di visita composto almeno da specchietto, specillo e pinzetta.
A questi si aggiungono i materiali utilizzati per ripristinare e disinfettare correttamente la sala prima del paziente successivo.
Ho provato a fare anche questo conto utilizzando prezzi correnti di mercato e senza scegliere prodotti particolarmente costosi.
L’ordine di grandezza realistico è di circa 3-5 euro per una semplice visita con qualche radiografia endorale, a seconda dei prodotti utilizzati e dei protocolli adottati.
Possiamo naturalmente acquistare meglio, negoziare con i fornitori e ridurre qualche centesimo. È esattamente ciò che deve fare una struttura ben amministrata.
Ma non possiamo comprare zero guanti, zero protezioni e zero materiale di sterilizzazione.
Torniamo allora al nostro esempio prudenziale.
Una visita di 30 minuti aveva già un costo di 55,50 euro considerando soltanto struttura e professionista.
Aggiungiamo anche solo 3 euro di materiali di consumo e arriviamo a 58,50 euro.
Con 45 minuti siamo già a circa 86 euro.
Con un’ora superiamo 114 euro.
Di fronte abbiamo sempre gli stessi 26,40 euro.
E anche adesso non abbiamo aggiunto un solo euro di utile.
Il tema dei materiali diventerà ancora più importante quando usciremo dall’esempio volutamente semplice della visita e parleremo di prestazioni operative, chirurgiche, protesiche o ortodontiche, nelle quali materiali, dispositivi, laboratorio e tecnologie possono rappresentare una quota rilevante del costo complessivo.
Ma per il momento fermiamoci alla visita.
Perché ormai abbiamo messo sul tavolo tutte le componenti essenziali del suo costo.
Ed è arrivato il momento di capire quali di queste, secondo chi ha costruito la tariffa, dovrebbero essere comprimibili.
A questo punto abbiamo almeno un ordine di grandezza realistico del costo della visita. Possiamo quindi porci una seconda domanda: quanto di quel costo è davvero comprimibile?
Naturalmente il primo compito di chi gestisce una struttura sanitaria è utilizzare bene le risorse disponibili.
Chi si occupa seriamente di management sa che due studi con lo stesso fatturato possono avere costi molto diversi e che organizzazione, produttività, utilizzo della capacità produttiva, acquisti e gestione del personale possono fare una differenza enorme. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che ogni euro speso da una struttura sanitaria rappresenti un costo necessario e inevitabile.
Efficienza significa proprio ottenere il miglior risultato possibile utilizzando correttamente le risorse.
Ma l’efficienza ha un limite.
Esiste un punto oltre il quale ridurre il costo non significa più eliminare uno spreco. Significa togliere qualcosa alla prestazione.
Si può organizzare meglio l’agenda, aumentare il tasso di utilizzo delle sale operative, negoziare meglio gli acquisti, ridurre le scorte, automatizzare alcuni processi amministrativi. Tutto questo è management.
Ma non possiamo sterilizzare uno strumento “un po’ meno”. Non possiamo utilizzare un dispositivo oltre i limiti previsti perché costa troppo sostituirlo. Non possiamo rinunciare alle manutenzioni obbligatorie, alla sicurezza degli impianti o agli adempimenti necessari. E soprattutto non possiamo comprimere indefinitamente il tempo clinico senza che, prima o poi, quella compressione produca conseguenze sul modo in cui il paziente viene visitato, informato e curato.
Esiste quindi una soglia al di sotto della quale il costo di una prestazione sanitaria non può scendere senza modificare qualcosa nella sua produzione.
Non è soltanto una mia considerazione.
Il 22 settembre, il giorno successivo all’entrata in applicazione del nuovo tariffario, la CAO nazionale è intervenuta ufficialmente sulla questione. Il presidente Andrea Senna ha chiesto un approfondimento tecnico sui criteri utilizzati per determinare le tariffe e ha utilizzato un’espressione che trovo particolarmente appropriata: “costi incomprimibili di una prestazione sanitaria corretta e sicura”.
È esattamente questo il punto.
Possiamo discutere quanto vogliamo sull’efficienza delle strutture. Possiamo confrontare modelli organizzativi differenti e probabilmente scopriremmo margini di miglioramento quasi ovunque.
Ma quando arriviamo ai costi incomprimibili, abbiamo raggiunto il pavimento. E sotto il pavimento non c’è più efficienza. C’è qualcos’altro.
A questo punto il conto, almeno nei suoi elementi essenziali, è completo.
Abbiamo una struttura che deve essere disponibile e funzionante. Abbiamo il tempo del professionista. Abbiamo i materiali monouso, le protezioni, la sterilizzazione, la gestione della sala e, quando previste, le radiografie endorali.
Nel nostro esempio prudenziale, una visita di 30 minuti arriva già a circa 58,50 euro. Con 45 minuti siamo intorno agli 86 euro. Con un’ora superiamo i 114 euro.
E continuiamo a parlare di costi, non di profitto.
Di fronte abbiamo una tariffa SSN di 26,40 euro.
A questo punto, più che discutere se la tariffa sia generosa o severa, vorrei porre una domanda molto concreta: quale parte di quei costi dovrebbe scomparire per rendere economicamente sostenibile la prestazione?
Oppure esiste un modello produttivo, che evidentemente non conosco, nel quale una struttura sanitaria autorizzata e accreditata riesce a far convivere tutto questo dentro 26,40 euro?
Il problema è che molti di questi costi non nascono da una scelta discrezionale del dentista. Nascono dagli obblighi che lo stesso sistema pubblico impone alle strutture sanitarie.
La struttura deve rispettare requisiti organizzativi, tecnologici e strutturali. Deve utilizzare apparecchiature conformi e mantenerle. Deve sterilizzare correttamente gli strumenti. Deve impiegare materiale monouso quando previsto. Deve garantire sicurezza sul lavoro, gestione corretta dei rifiuti sanitari, protezione dei dati, assicurazione, radioprotezione quando applicabile e tutte le altre condizioni richieste dalla normativa e dai sistemi regionali di autorizzazione e accreditamento.
In altre parole, lo Stato conosce molto bene ciò che pretende da una struttura sanitaria. Lo definisce, lo verifica e, quando necessario, lo sanziona.
Proprio per questo dovrebbe conoscerne altrettanto bene il costo.
È qui che emerge la contraddizione più difficile da ignorare: lo stesso sistema pubblico che stabilisce gli standard di produzione della prestazione stabilisce anche quanto quella prestazione vale.
Non c’è nulla di anomalo in questo. È esattamente ciò che un Servizio sanitario pubblico deve fare.
Ma proprio per questo dovrebbe esistere una coerenza rigorosa tra il modello produttivo richiesto quando si autorizza e si controlla una struttura e il modello produttivo presunto quando si determina la tariffa con cui quella stessa prestazione viene remunerata.
Non si può pretendere sicurezza quando si autorizza, qualità quando si accredita, appropriatezza quando si controlla e poi, nel momento in cui bisogna pagare la prestazione, comportarsi come se tempo professionale, organizzazione, materiali, sterilizzazione e struttura fossero gratuiti.
Il punto, quindi, non è chiedere allo Stato di essere generoso con i dentisti.
È molto più semplice.
Se 26,40 euro sono davvero sufficienti per produrre correttamente una prima visita odontostomatologica, mostrateci quale combinazione di tempo, struttura, professionista e materiali consente di farlo.
Perché, fino a quando quei conti non vengono mostrati, rimane una domanda inevitabile: che cosa dovremmo togliere?
Finora abbiamo parlato soltanto di una visita.
Non di un intervento chirurgico, non di una prestazione protesica, non di una terapia che richieda materiali particolarmente costosi, dispositivi medici o il coinvolgimento di un laboratorio odontotecnico.
Una visita è probabilmente uno degli esempi più semplici che avremmo potuto scegliere per fare questo ragionamento. I suoi principali fattori produttivi sono relativamente facili da individuare: tempo, struttura, professionista e una quantità abbastanza limitata di materiali di consumo.
E già qui abbiamo qualche difficoltà a far tornare i conti.
Quando passiamo a prestazioni più complesse, il problema cambia dimensione perché aumenta il numero delle variabili che concorrono alla formazione del costo.
Entrano in gioco materiali differenti per qualità e prezzo, strumentario dedicato, apparecchiature, dispositivi medici, manutenzioni, personale di supporto, tempi clinici e organizzativi, eventuali costi di laboratorio e, soprattutto, competenze professionali che richiedono formazione e aggiornamento.
Ed è proprio qui che il semplice confronto tra codice della prestazione e tariffa rischia di diventare insufficiente.
Due prestazioni possono avere lo stesso nome amministrativo e produrre formalmente lo stesso risultato, ma essere realizzate attraverso processi produttivi molto diversi.
Si può investire di più nella formazione degli operatori, nella qualità dei materiali, nella tecnologia, nella manutenzione, nella sterilizzazione, nella tracciabilità, nell’organizzazione e nel controllo dei processi. Si può dedicare più tempo al paziente e costruire procedure che riducano il rischio di errore.
Oppure si può cercare di produrre la stessa prestazione al costo più basso possibile, naturalmente restando entro i limiti imposti dalla legge.
Sono entrambe, almeno formalmente, la stessa prestazione?
Forse sì.
Ma certamente non hanno lo stesso costo di produzione.
Questo non significa affatto che una prestazione più costosa sia automaticamente migliore. Spendere di più non è sinonimo di qualità, così come acquistare una tecnologia costosa non garantisce che venga utilizzata correttamente.
Significa però che la qualità richiede risorse.
E quando una tariffa viene progressivamente avvicinata al livello minimo di costo necessario per rendere possibile una prestazione, lo spazio economico disponibile per investire in quelle risorse inevitabilmente si riduce.
Per questo i 26,40 euro della visita sono soltanto un esempio.
Il problema vero è capire quale odontoiatria il Servizio sanitario nazionale intenda acquistare attraverso le proprie tariffe.
Questa domanda merita di essere posta senza equivoci.
Il Servizio sanitario nazionale non deve finanziare il lusso, né remunerare inefficienze, strutture sovradimensionate o investimenti inutili. Il denaro pubblico deve essere utilizzato con particolare attenzione proprio perché è denaro di tutti.
Ma tra finanziare il lusso e remunerare soltanto il costo minimo teoricamente compatibile con l’esistenza della prestazione esiste uno spazio enorme.
Ed è lo spazio nel quale si colloca la qualità.
Se una struttura investe nella formazione, nell’organizzazione, nella sicurezza, nelle tecnologie appropriate e nel controllo dei propri processi, sostiene dei costi.
Se introduce procedure che riducono il rischio clinico, sostiene dei costi.
Se dedica più tempo alla diagnosi, alla comunicazione e alla pianificazione, sostiene dei costi.
Se misura i propri risultati, controlla le non conformità, manutiene correttamente le apparecchiature e costruisce un’organizzazione capace di prevenire gli errori anziché limitarsi a gestirli quando si verificano, sostiene dei costi.
Naturalmente molti di questi elementi costituiscono già requisiti necessari per operare o per essere accreditati. Ma proprio questo rende la questione ancora più interessante: se rappresentano il livello minimo richiesto dal sistema, quanto costa mantenere quel livello minimo?
E soprattutto: che cosa accade quando una struttura decide di andare oltre?
Un sistema tariffario completamente indifferente alla qualità organizzativa rischia di produrre un risultato paradossale. Chi investe di più per migliorare i propri processi sostiene costi maggiori, mentre la remunerazione della prestazione rimane identica.
Il mercato privato può, almeno teoricamente, riconoscere questa differenza. Il paziente può scegliere una struttura e accettare un prezzo diverso in funzione del valore che ritiene di ricevere.
Nel sistema pubblico questo meccanismo è molto più limitato, perché è il finanziatore pubblico a stabilire la tariffa.
Proprio per questo sarebbe ragionevole chiedersi se, accanto ai requisiti minimi di accreditamento, non debbano esistere anche criteri capaci di riconoscere e incentivare risultati, organizzazione, sicurezza e qualità oggettivamente misurabili.
Non per dividere arbitrariamente i dentisti in bravi e meno bravi. E nemmeno per trasformare la sanità pubblica in una competizione commerciale.
Ma per evitare un principio molto più pericoloso: che il modello economicamente più conveniente per chi eroga prestazioni per conto del SSN finisca per essere semplicemente quello che riesce ad avvicinarsi maggiormente al costo minimo di produzione.
Perché se migliorare costa, ma migliorare non ha alcun valore economico per il sistema che acquista la prestazione, abbiamo costruito un incentivo esattamente nella direzione opposta a quella che dichiariamo di voler perseguire.
La qualità costa. La sicurezza costa. L’organizzazione costa. La competenza costa. Fingere che questi costi non esistano non rende l’odontoiatria più economica. Rende semplicemente meno conveniente sostenerli.
Il problema, dunque, non è pretendere che il Servizio sanitario nazionale paghi il lusso. È decidere quale livello di qualità vuole acquistare e costruire tariffe coerenti con quel livello.
Torniamo per un momento ai numeri.
Non utilizziamo neppure il nostro esempio della visita odontoiatrica. Prendiamo una prestazione sanitaria qualsiasi e immaginiamo che produrla correttamente costi 100 euro.
Se il soggetto che la acquista ne riconosce 100, il problema non esiste. Se ne riconosce 80, qualcuno deve assorbire i 20 euro mancanti. Se ne riconosce 50, deve assorbirne 50. Se ne riconosce 26,40, da qualche parte devono essere trovati gli altri 73,60 euro.
La contabilità ha un difetto: non conosce la propaganda. I costi non scompaiono perché una tariffa amministrativa stabilisce che una prestazione vale meno di quanto costa produrla.
La differenza può essere assorbita in molti modi perfettamente legittimi.
Una struttura particolarmente efficiente può avere costi inferiori rispetto a un’altra. Una grande organizzazione può beneficiare di economie di scala. Alcuni costi fissi possono essere distribuiti su volumi produttivi maggiori. Il margine complessivo dell’impresa può consentire di sopportare la perdita su alcune prestazioni compensandola con il risultato positivo di altre. Una struttura può anche decidere consapevolmente di lavorare con margini molto bassi o addirittura negativi su una parte della propria attività per ragioni strategiche.
Tutto vero.
Ma nessuna di queste possibilità modifica il principio economico: se una prestazione viene acquistata a un prezzo inferiore al suo costo efficiente di produzione, la differenza deve essere assorbita da qualcuno o recuperata da qualche altra parte.
Non esiste una quarta possibilità nella quale la differenza semplicemente scompare.
Ed è proprio quando una tariffa pubblica si colloca sistematicamente al di sotto del costo necessario per produrre correttamente una prestazione che il problema smette di riguardare soltanto il conto economico del fornitore e comincia a riguardare il funzionamento del sistema.
Perché un’impresa può sopportare una perdita occasionale. Può scegliere di farlo. Può persino considerarla conveniente all’interno di una strategia più ampia.
Ma nessuna organizzazione economicamente sana può fondare stabilmente il proprio modello produttivo sulla vendita sottocosto di ciò che produce, se quella perdita non viene compensata in qualche altro punto del sistema.
E allora la domanda cambia. Non è più soltanto: la tariffa è sufficiente? Diventa: se non lo è, dove viene recuperata la differenza?
Qui entriamo in un terreno più delicato.
Una struttura odontoiatrica può svolgere contemporaneamente attività remunerate dal Servizio sanitario e attività private. Può erogare prestazioni comprese nel rapporto convenzionale e altre che ne rimangono fuori. Può quindi trovarsi di fronte a prestazioni clinicamente differenti che producono anche risultati economici molto differenti.
Questo, di per sé, non dimostra assolutamente nulla.
Non significa che un dentista orienti impropriamente un piano di cura verso una prestazione privata perché più remunerativa. Non significa che chi lavora con il Servizio sanitario si comporti in maniera meno corretta. E sarebbe profondamente ingiusto trasformare un problema di architettura economica del sistema in un sospetto generalizzato nei confronti dei professionisti che vi operano.
Il problema è un altro.
Gli incentivi economici esistono anche quando le persone si comportano correttamente.
Se una determinata attività genera sistematicamente una perdita e un’altra produce un margine positivo, l’organizzazione avrà inevitabilmente interesse economico ad aumentare la seconda rispetto alla prima.
Questo vale per qualsiasi impresa.
In sanità, però, esiste una complicazione ulteriore: spesso chi contribuisce a definire il percorso terapeutico del paziente opera all’interno della stessa organizzazione che sopporta i costi e riceve i ricavi delle diverse prestazioni.
Per questo la costruzione degli incentivi economici dovrebbe essere particolarmente attenta.
Un sistema pubblico ben progettato non dovrebbe limitarsi a confidare nel fatto che il professionista resista correttamente a un incentivo economico sbagliato. Dovrebbe, per quanto possibile, evitare di creare quell’incentivo.
Se una prestazione appropriata erogata per conto del SSN è economicamente sostenibile, il professionista può scegliere sulla base delle esigenze cliniche del paziente senza che quella scelta debba confrontarsi continuamente con una perdita strutturale.
Se invece alcune prestazioni sono sistematicamente sottocosto, il sistema introduce una tensione tra appropriatezza clinica e sostenibilità economica che non avrebbe alcuna ragione di esistere.
La tariffa congrua, quindi, non serve soltanto a tutelare il conto economico del fornitore.
Serve anche a proteggere l’indipendenza della decisione clinica.
E questo cambia completamente la prospettiva. Non stiamo più discutendo di quanto debba guadagnare un dentista. Stiamo discutendo di come costruire un sistema nel quale fare la cosa giusta per il paziente sia anche economicamente sostenibile per chi deve farla.
Non vogliamo certo sostenere, come qualcuno ha fatto, che tariffe di questo genere consentano di dividere i dentisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale in due sole categorie.
Da una parte quelli che non sanno fare i conti, accettano di produrre stabilmente prestazioni sottocosto e sono quindi destinati, prima o poi, a compromettere l’equilibrio economico della propria attività.
Dall’altra quelli che i conti li sanno fare benissimo e hanno trovato il modo di recuperare altrove quello che il Servizio sanitario non riconosce: aumentando il peso delle prestazioni private, orientando opportunisticamente il mix delle prestazioni o, nelle situazioni patologiche che appartengono evidentemente a tutt’altro piano, attraverso comportamenti irregolari o fraudolenti.
In altre parole: falliti o banditi.
Lungi da noi sostenere una tesi del genere.
Sarebbe una rappresentazione ingenerosa e grossolana di un sistema molto più complesso e, soprattutto, offensiva nei confronti dei moltissimi professionisti che lavorano correttamente per il Servizio sanitario nazionale, spesso proprio accettando condizioni economiche difficili pur di garantire un servizio ai propri pazienti.
Però, ormai che abbiamo avuto l’imprudenza di formularla, vale la pena chiedersi perché una provocazione così sgradevole riesca a mettere il dito su un problema economico reale.
Perché tra il fallimento e la frode esistono naturalmente molte altre possibilità: maggiore efficienza, economie di scala, organizzazioni con costi inferiori, compensazioni tra prestazioni diverse, rinuncia a una parte del margine, scelte strategiche, attività privata capace di sostenere indirettamente una parte di quella pubblica.
Ma tutte queste possibilità hanno una caratteristica comune.
Qualcuno sta comunque pagando la differenza.
Se la paga l’impresa attraverso un margine inferiore, la differenza esiste. Se viene compensata con altre prestazioni, la differenza esiste. Se viene assorbita dall’attività privata, la differenza esiste.
Se viene recuperata attraverso una maggiore efficienza, significa che quella maggiore efficienza deve essere concretamente possibile senza compromettere qualità e sicurezza.
E se, per far tornare i conti, si cominciasse invece a ridurre impropriamente tempi, materiali, personale o qualità, la differenza economica non sarebbe scomparsa neppure in quel caso: sarebbe stata trasferita sul paziente sotto forma di minore valore della prestazione ricevuta.
È per questo che il problema non può essere scaricato sull’etica individuale del professionista.
Naturalmente l’etica è indispensabile. La deontologia esiste proprio perché il medico e l’odontoiatra devono assumere decisioni nell’interesse del paziente anche quando esistono pressioni economiche di segno contrario.
Ma un sistema sanitario ben progettato dovrebbe fare qualcosa di più intelligente che creare un incentivo economico nella direzione sbagliata e affidarsi poi alla virtù personale dei propri fornitori perché quell’incentivo venga ignorato.
Il compito dello Stato non dovrebbe essere confidare nella correttezza dell’erogatore nonostante un incentivo economico sbagliato. Dovrebbe costruire un sistema nel quale comportarsi correttamente sia anche economicamente sostenibile.
Questo vale soprattutto quando lo stesso soggetto pubblico seleziona e accredita i propri fornitori, stabilisce i requisiti che devono rispettare, controlla la qualità delle prestazioni e determina il prezzo al quale quelle prestazioni vengono acquistate.
Se quel prezzo è congruo, il problema si riduce enormemente.
Se non lo è, non possiamo stupirci che il sistema cerchi un punto nel quale recuperare l’equilibrio. Possiamo discutere dove lo trovi.
Non possiamo pretendere che la contabilità smetta di funzionare soltanto perché il cliente è lo Stato.
C’è quindi una ragione ulteriore per cui la congruità delle tariffe dovrebbe interessare soprattutto il paziente.
Una tariffa economicamente sostenibile riduce la pressione che il risultato economico può esercitare sulle decisioni cliniche.
Non elimina i conflitti di interesse, non garantisce automaticamente l’appropriatezza e certamente non sostituisce la deontologia professionale. Ma evita di introdurre nel sistema un incentivo strutturale a preferire ciò che remunera rispetto a ciò che non remunera.
Il principio dovrebbe essere semplice: se una prestazione è ritenuta appropriata, inserita nei livelli di assistenza e affidata dal Servizio sanitario a una struttura accreditata e contrattualizzata, la sua remunerazione dovrebbe consentire a quella struttura di erogarla correttamente senza dover recuperare sistematicamente altrove la perdita prodotta.
In questo senso una tariffa congrua non tutela soltanto il fornitore.
Tutela la libertà della decisione clinica.
E, attraverso questa, tutela il paziente.
Perché il miglior sistema possibile non è quello nel quale chiediamo al professionista di scegliere correttamente nonostante gli incentivi economici.
È quello nel quale appropriatezza clinica e sostenibilità economica tendono, per quanto possibile, nella stessa direzione.
Il problema non sembra essere sfuggito alla Commissione Albo Odontoiatri nazionale.
Il 22 settembre 2026, il giorno successivo all’entrata in applicazione delle nuove tariffe, il presidente della CAO nazionale Andrea Senna è intervenuto chiedendo ai ministri della Salute e dell’Economia un approfondimento tecnico specifico sui costi delle prestazioni odontoiatriche.
Il titolo della comunicazione FNOMCeO è già sufficientemente esplicito: “Tariffe inadeguate rischiano di ridurre l’accesso alle cure nel SSN”.
È un passaggio importante perché sposta definitivamente la discussione dal terreno della rivendicazione economica della categoria a quello della sostenibilità del servizio.
La CAO richiama infatti la necessità di considerare i “costi incomprimibili di una prestazione sanitaria corretta e sicura” e collega l’adeguatezza delle tariffe alla possibilità per gli odontoiatri di operare secondo scienza, coscienza e deontologia, mantenendo condizioni compatibili con qualità e sicurezza delle cure.
Il rischio indicato è concreto: se erogare determinate prestazioni per il SSN diventa economicamente insostenibile, alcune strutture possono semplicemente decidere di non erogarle o di ridurne la disponibilità.
E a quel punto il problema non è più quanto guadagna il dentista.
Il problema diventa quanti dentisti saranno ancora disponibili a fornire quelle prestazioni al Servizio sanitario e a quali condizioni potranno continuare a farlo.
Con una conseguenza paradossale: una tariffa costruita per contenere la spesa pubblica può contribuire, se non è compatibile con i costi di produzione, a ridurre l’offerta proprio per le persone che maggiormente dipendono dall’assistenza pubblica.
È per questo che trovo particolarmente importante un altro aspetto della posizione della CAO: la richiesta non è semplicemente quella di aumentare le tariffe.
È quella di verificarne tecnicamente la congruità rispetto ai costi reali delle prestazioni odontoiatriche.
Ed è esattamente la domanda alla quale siamo arrivati facendo un percorso completamente diverso.
Noi siamo partiti da una poltrona.
Abbiamo attribuito un costo alla sua disponibilità. Abbiamo aggiunto il tempo del professionista. Abbiamo contato guanti, mascherine, monouso, sterilizzazione e materiali necessari per una semplice visita. Abbiamo provato tempi diversi e abbiamo deliberatamente evitato di inserire qualsiasi margine di profitto.
Il risultato non è stato compatibile con 26,40 euro.
La CAO, partendo da una prospettiva istituzionale, arriva alla richiesta di verificare i costi che stanno dietro quelle tariffe.
A questo punto rimane una sola questione veramente interessante.
Come sono stati calcolati quei 26,40 euro?
Arrivati a questo punto sarebbe facile concludere che qualcuno abbia semplicemente deciso una tariffa senza chiedersi quanto costi produrre la prestazione.
Ma non sarebbe corretto.
Il decreto del 7 agosto 2026 afferma espressamente che le nuove tariffe sono state individuate sulla base di un percorso metodologico descritto in una relazione allegata al decreto. La proposta tariffaria è stata approvata dalla Commissione permanente tariffe il 10 luglio 2026, ha ricevuto il parere di Agenas ed è successivamente passata attraverso l’intesa in Conferenza Stato-Regioni del 23 luglio.
Del resto, la normativa sulla determinazione delle tariffe non consente di procedere semplicemente per intuizione. L’articolo 8-sexies del decreto legislativo 502/1992 prevede che nella determinazione delle tariffe massime si tenga conto, secondo le modalità previste dalla norma, dei costi standard delle prestazioni, dei dati regionali e dei sistemi tariffari esistenti, nel rispetto dei principi di efficienza ed economicità e facendo riferimento anche a criteri di appropriatezza e qualità dell’assistenza.
Quindi prendiamo per buona la premessa.
I conti sono stati fatti.
Ed è una buona notizia, perché trasforma una polemica in una questione verificabile.
Se per arrivare a 26,40 euro è stato costruito un modello economico della prima visita odontostomatologica, quel modello deve necessariamente contenere, esplicitamente o implicitamente, delle ipotesi.
Non necessariamente la mia. Non necessariamente uno studio come il mio. Ma una struttura reale, efficiente, appropriata e capace di garantire la qualità richiesta dal Servizio sanitario.
Perché da qualche parte, per arrivare a 26,40 euro, quei numeri devono esistere.
C’è poi una ragione ulteriore per cui questa trasparenza è importante.
Il decreto tariffario del 25 novembre 2024 non arriva al 2026 con una storia amministrativa tranquilla. Lo stesso nuovo decreto ricorda espressamente che il precedente provvedimento è stato impugnato da numerosi ricorrenti e che il TAR Lazio ha pronunciato sentenze di annullamento, successivamente impugnate dai Ministeri, con efficacia dell’annullamento differita di 365 giorni dal deposito delle prime sentenze del 22 settembre 2025.
È un dettaglio importante anche per evitare semplificazioni.
Non stiamo dicendo che il nuovo tariffario sia la semplice prosecuzione del precedente, né possiamo trasferire automaticamente sul decreto del 2026 le contestazioni rivolte a quello del 2024.
Al contrario, il nuovo procedimento nasce proprio in un contesto nel quale il metodo utilizzato per determinare le tariffe era diventato oggetto di un rilevante contenzioso amministrativo. Il decreto 2026 dà infatti conto di una nuova proposta tariffaria e di una relazione metodologica approvata dalla Commissione permanente.
Questo rende la domanda ancora più interessante.
Il problema non è affermare che l’istruttoria non esista.
Esiste.
Il problema è capire se, prendendo una prestazione concreta come la prima visita odontostomatologica, sia possibile seguire il percorso inverso e comprendere come quella istruttoria abbia prodotto proprio 26,40 euro.
Perché un metodo può essere complesso, statisticamente raffinato e perfettamente descritto nel suo impianto generale, ma alla fine deve produrre un numero.
E quel numero deve confrontarsi con la realtà economica della prestazione che pretende di remunerare.
Noi abbiamo fatto un esercizio molto più modesto.
Siamo partiti da una struttura odontoiatrica reale, abbiamo preso il suo costo orario, abbiamo attribuito un costo prudenziale al professionista, abbiamo aggiunto i materiali direttamente consumati e abbiamo simulato differenti durate della visita.
Non pretendiamo che questo sia il metodo con cui debbano essere costruite le tariffe nazionali.
Pretendiamo però qualcosa di molto più ragionevole: che sia possibile capire perché il metodo utilizzato dallo Stato produce un risultato tanto distante da quello che otteniamo osservando i costi di una struttura reale.
Alla fine di questo lungo ragionamento la mia posizione è molto più semplice di quanto potrebbe sembrare.
Non sto sostenendo che il costo del mio studio debba diventare il costo standard dell’odontoiatria italiana. Non sto sostenendo che tutte le strutture abbiano gli stessi costi. Non sto sostenendo che una struttura più costosa sia necessariamente migliore di una più efficiente. E non sto nemmeno sostenendo che il Servizio sanitario nazionale debba garantire un determinato margine di profitto a chi decide di lavorare per suo conto.
Sto sostenendo una cosa molto più elementare.
Se lo Stato stabilisce che una prima visita odontostomatologica vale 26,40 euro, deve essere possibile capire come sia arrivato a 26,40 euro.
Vorrei conoscere il tempo attribuito alla prestazione. Vorrei conoscere il costo orario riconosciuto all’odontoiatra. Vorrei sapere quale personale di supporto sia stato considerato. Vorrei conoscere il costo attribuito alla struttura, ai materiali di consumo, alla sterilizzazione, alla disinfezione, alle manutenzioni, alle apparecchiature, alla sicurezza, alle assicurazioni e agli adempimenti necessari per mantenere operativa una struttura sanitaria. Vorrei sapere come sia stata valorizzata l’eventuale radiografia endorale compresa nella prestazione.
E vorrei soprattutto conoscere il modello di struttura odontoiatrica efficiente, sicura e qualitativamente adeguata che riesce a produrre quella visita con quella tariffa.
Non è una richiesta provocatoria. È controllo di gestione.
Quando in un’impresa un numero appare incompatibile con la realtà produttiva, non si risolve la questione discutendo se quel numero ci piaccia oppure no. Si apre il conto, si individuano le variabili che lo compongono e si verifica dove le nostre valutazioni divergono.
Potremmo scoprire che i miei costi sono troppo elevati. Potremmo scoprire che esistono organizzazioni molto più efficienti della mia. Potremmo scoprire che ho attribuito troppo tempo alla visita, che ho sovrastimato qualche costo o che esistono economie di scala che modificano radicalmente il risultato.
Benissimo.
Sarebbe una discussione estremamente utile anche per me, perché chi si occupa di management dovrebbe essere il primo ad avere interesse a scoprire dove può diventare più efficiente.
Ma potremmo anche scoprire qualcosa di diverso.
Potremmo scoprire che 26,40 euro non sono sufficienti per acquistare la prestazione che lo stesso Servizio sanitario pretende venga erogata secondo determinati standard di qualità e sicurezza.
E in quel caso il problema non sarebbe dei dentisti che protestano perché vogliono essere pagati di più. Sarebbe del sistema che pretende di acquistare una prestazione a un prezzo incompatibile con il costo necessario per produrla correttamente secondo standard da lui stesso imposti.
Con tutte le conseguenze che abbiamo visto: compressione dei costi, minore incentivo a investire nella qualità, necessità di recuperare margine altrove, possibile riduzione dell’offerta convenzionata e introduzione di incentivi economici che sarebbe molto meglio non creare.
Per questo non mi interessa sapere se 26,40 euro siano politicamente sostenibili, finanziariamente comodi o compatibili con le risorse disponibili.
Mi interessa una domanda precedente: sono economicamente compatibili con la prestazione che vogliamo venga erogata?
Io i miei conti li faccio da anni.
Nel mio studio un’ora di poltrona costa circa 71 euro prima ancora di remunerare l’odontoiatra e aggiungere i materiali direttamente consumati dalla prestazione.
Non sostengo che il mio costo debba diventare quello dello Stato. Non sostengo neppure che tutti gli studi italiani abbiano i miei stessi costi. Lo Stato, però, sostiene che quella visita vale 26,40 euro.
Bene. Fateci vedere i conti.
Per chi desidera verificare direttamente i documenti richiamati nell’articolo, riportiamo di seguito le principali fonti normative, istituzionali e giurisprudenziali.
Ministero della Salute – Decreto 7 agosto 2026, “Definizione delle tariffe relative all’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica”
Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 218 del 19 settembre 2026. È il provvedimento che determina le nuove tariffe massime nazionali di riferimento e contiene, negli allegati, il tariffario delle prestazioni di specialistica ambulatoriale.
Gazzetta Ufficiale – Decreto 7 agosto 2026
Testo articolato del Decreto 7 agosto 2026
È particolarmente utile per ricostruire il procedimento seguito, i riferimenti al precedente contenzioso, l’approvazione della proposta tariffaria da parte della Commissione permanente tariffe e il parere di Agenas.
Gazzetta Ufficiale – Testo del decreto
Conferenza Stato-Regioni – Repertorio atto n. 123/CSR del 23 luglio 2026
Intesa sullo schema di decreto relativo alle tariffe massime per specialistica ambulatoriale e assistenza protesica. Il documento richiama espressamente l’art. 8-sexies del D.Lgs. 502/1992 e i criteri utilizzabili per la determinazione delle tariffe, tra cui i costi standard riferiti a strutture selezionate secondo criteri di efficienza, appropriatezza e qualità.
Conferenza Stato-Regioni – Atto n. 123/CSR del 23 luglio 2026
FNOMCeO – CAO nazionale, 22 settembre 2026
“Odontoiatria, Senna (CAO nazionale): Tariffe inadeguate rischiano di ridurre l’accesso alle cure nel SSN”.
La CAO nazionale ha chiesto ai Ministri della Salute e dell’Economia uno specifico approfondimento tecnico sui costi delle prestazioni odontoiatriche, richiamando la necessità di considerare i costi necessari a garantire qualità, sicurezza e corretta erogazione delle prestazioni.
FNOMCeO – Comunicato CAO nazionale del 22 settembre 2026
Nella stessa pagina è disponibile anche la Nota CAO sul decreto 7 agosto 2026 inviata ai Ministri.
Ministero della Salute – Decreto 25 novembre 2024
È il precedente provvedimento con il quale erano state determinate le tariffe massime di riferimento per specialistica ambulatoriale e assistenza protesica, con decorrenza dal 30 dicembre 2024.
Il decreto 2026 ne ricostruisce espressamente la vicenda e dà atto del successivo contenzioso amministrativo.
Gazzetta Ufficiale – ricerca del Decreto 25 novembre 2024
Per la ricerca utilizzare: “Definizione delle tariffe relative all’assistenza specialistica ambulatoriale e protesica” – 25 novembre 2024 – GU n. 302 del 27 dicembre 2024.
Il Decreto 25 novembre 2024 è stato oggetto di numerosi ricorsi.
Tra le pronunce del TAR Lazio pubblicate il 22 settembre 2025 figurano le sentenze:
A queste si è successivamente aggiunta la sentenza n. 22313/2025, pubblicata il 10 dicembre 2025.
Le pronunce hanno annullato, nelle parti oggetto dei rispettivi giudizi, il precedente decreto tariffario per difetto di istruttoria. Per evitare un vuoto regolatorio, gli effetti dell’annullamento sono stati differiti di 365 giorni a decorrere dal 22 settembre 2025.
Una ricostruzione istituzionale delle sentenze e dei loro effetti è contenuta anche nei dossier parlamentari della Camera dei deputati:
Camera dei deputati – Dossier parlamentare con richiamo alle sentenze TAR Lazio
Il riferimento fondamentale è l’articolo 8-sexies del Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502.
La disposizione prevede, tra l’altro, che nella determinazione delle tariffe massime possano essere presi in considerazione i costi standard delle prestazioni riferiti a strutture selezionate secondo criteri di efficienza, appropriatezza e qualità dell’assistenza, nonché costi standard regionali e sistemi tariffari regionali.
Il testo della disposizione è richiamato integralmente anche nell’Intesa Stato-Regioni del 23 luglio 2026:
Conferenza Stato-Regioni – Atto 123/CSR
Queste fonti consentono di distinguere tre piani diversi:
È su quest’ultimo punto che si concentra il presente articolo.
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