

La pianificazione fiscale non fallisce quasi mai per una norma interpretata male, ma per convinzioni che condizionano le decisioni dell’imprenditore. In questa seconda parte analizziamo cinque errori spesso trascurati: la paura dei controlli, la ricerca di scorciatoie, il ricorso al “nero”, la diffidenza verso le opportunità offerte dal legislatore e l’idea che la pianificazione sia un’attività da fare una volta sola.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 4 di 11
Nel precedente articolo ci siamo fermati dopo i primi cinque errori. Non è stata una scelta casuale. Alcuni temi, come la responsabilità dell’imprenditore, il rapporto con la fatica decisionale e la tendenza a cercare scorciatoie, meritano il tempo necessario per essere affrontati senza semplificazioni. Ripartiamo da lì, perché è proprio su questi aspetti che, nella mia esperienza, si gioca la differenza tra chi subisce la fiscalità e chi riesce a trasformarla in uno strumento di governo dello studio.
C’è un aspetto della pianificazione fiscale di cui si parla molto poco, forse perché non è particolarmente attraente. Eppure, è uno dei più importanti. Una buona pianificazione richiede fatica.
Non mi riferisco alla fatica di lavorare, quella fa parte della nostra professione e nessun dentista la mette in discussione. Mi riferisco alla fatica di fermarsi, riflettere e prendere decisioni che avranno effetti per molti anni.
Per costruire una pianificazione seria non basta conoscere le norme fiscali. Bisogna comprendere anche quelle societarie, previdenziali e patrimoniali, capire come funziona economicamente il proprio studio, conoscere i numeri, avere un controllo di gestione affidabile e confrontarsi con il proprio commercialista, con gli altri consulenti, con i soci e, qualche volta, anche con la propria famiglia. Significa mettere insieme esigenze professionali, obiettivi personali, capacità finanziaria, prospettive di crescita e qualità della vita, sapendo che raramente esiste una risposta perfetta.
È un lavoro che richiede tempo, metodo e continuità. Richiede la disponibilità a rimettere in discussione le proprie convinzioni e ad assumersi la responsabilità delle decisioni, anche quando sarebbe molto più comodo lasciare che qualcun altro decida al nostro posto.
Ed è proprio qui che molti si fermano.
Non perché manchino l’intelligenza o le competenze, ma perché questa fatica è diversa da quella clinica. È una fatica mentale, che spesso si cerca inconsapevolmente di evitare. Così si finisce per copiare quello che ha fatto un collega, seguire la soluzione che va di moda o sperare che esista qualcuno in grado di indicarci la strada giusta senza dover affrontare tutto questo percorso.
È una reazione comprensibile. Ma è anche il momento in cui si rinuncia alla parte più importante della pianificazione: quella che non consiste nel trovare la risposta giusta, ma nel costruire, con pazienza, la risposta più adatta alla propria storia, al proprio studio e agli obiettivi che si vogliono raggiungere.
C’è un’altra convinzione che, negli anni, ho incontrato molto spesso e che, probabilmente, ha impedito a tanti imprenditori di cogliere opportunità perfettamente legittime.
È l’idea che il modo migliore per evitare problemi con il Fisco sia non fare nulla.
In fondo il ragionamento sembra logico. Se ogni scelta comporta un rischio, allora la soluzione più prudente dovrebbe essere evitare di scegliere. Lasciare che tutto proceda come ha sempre fatto, senza modificare la struttura dello studio, senza rivedere il modo in cui vengono distribuiti gli utili, senza interrogarsi su strumenti nuovi e, magari, limitandosi ad applicare ogni anno le stesse soluzioni.
Il punto è che questa tranquillità è spesso soltanto apparente.
La normativa fiscale è complessa e, proprio per questo, nessuna scelta è completamente priva di rischi. Ma questo vale anche per chi decide di non cambiare nulla. Restare immobili non significa essere automaticamente al riparo da contestazioni, così come intraprendere un percorso di pianificazione non significa esporsi inevitabilmente a sanzioni.
La vera differenza, semmai, è un’altra.
Chi pianifica prende decisioni consapevoli, documentate, ragionate e condivise con i propri consulenti. Chi, invece, rinuncia a decidere, spesso si limita a lasciare che siano le circostanze o altri soggetti a scegliere per lui.
Mi capita anche di sentire affermazioni del tipo: “Lascia perdere, se fai questa operazione attiri l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate.”
Naturalmente esistono operazioni che meritano particolare cautela e che devono essere valutate con grande attenzione. Sarebbe irresponsabile sostenere il contrario.
Tuttavia credo che questa frase, quando viene utilizzata come argomento per scoraggiare qualsiasi forma di pianificazione, rischi di trasmettere un messaggio sbagliato. Una scelta non dovrebbe essere abbandonata perché “potrebbe attirare un controllo”. Dovrebbe essere abbandonata se non è giuridicamente corretta, se manca di valide ragioni economiche o se non è coerente con gli obiettivi dell’impresa.
Del resto, l’esperienza dimostra che anche gli organismi di controllo possono avere interpretazioni diverse da quelle del contribuente e che non sempre le loro valutazioni vengono confermate nelle successive fasi del contenzioso. È la normale dinamica di un ordinamento complesso, nel quale esistono norme, interpretazioni, giurisprudenza e strumenti di tutela.
Per questo motivo non credo che la domanda giusta sia: “Come faccio a evitare qualsiasi rischio?”
La domanda dovrebbe essere un’altra.
“Sto prendendo una decisione consapevole, giuridicamente sostenibile e coerente con il progetto che ho per il mio studio?”
Se la risposta è sì, la pianificazione fiscale smette di essere un azzardo e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un’attività di governo dell’impresa.
Fra tutti gli errori di cui abbiamo parlato finora, ce n’è uno che considero il più grave. Non perché sia il più frequente, ma perché è quello che promette di più e mantiene di meno.
Mi riferisco all’idea che il “nero” possa rappresentare una strategia fiscale.
Capisco perfettamente perché questa tentazione continui a esistere. Viviamo in un Paese nel quale la pressione fiscale è percepita da molti professionisti come eccessiva e, qualche volta, persino ingiusta. È facile convincersi che trattenere una parte di ciò che si incassa rappresenti una sorta di legittima difesa.
Il problema è che il “nero” non è una strategia.
È la rinuncia a costruirne una.
Perché il “nero” è facile. Non richiede studio, non richiede metodo, non richiede confronto con i consulenti e, soprattutto, non richiede quella fatica imprenditoriale di cui parlavamo poco fa. Produce un beneficio immediato e dà l’illusione di aver risolto il problema.
In realtà lo sposta semplicemente nel futuro.
Ogni euro sottratto alla gestione trasparente dello studio è un euro che non contribuisce a costruire valore. Non rafforza il patrimonio dell’impresa, non migliora il controllo di gestione, non alimenta una pianificazione previdenziale coerente e, molto spesso, rende più difficile anche l’accesso al credito, la crescita dello studio e la possibilità di affrontare nuovi investimenti.
Paradossalmente, molti professionisti sono disposti a correre rischi enormemente superiori a quelli che deriverebbero da una pianificazione fiscale perfettamente lecita e costruita nel rispetto delle regole.
È un paradosso che mi ha sempre colpito.
Da una parte si rinuncia a strumenti previsti dall’ordinamento perché “potrebbero attirare un controllo”. Dall’altra si accetta con sorprendente leggerezza un comportamento che, quello sì, espone a conseguenze economiche, fiscali e perfino penali di ben altra portata.
Credo che questo dipenda da un equivoco di fondo.
Il “nero” dà una sensazione di semplicità. La pianificazione richiede impegno. Ma le scorciatoie, quasi sempre, sono soltanto il modo più rapido per allontanarsi dalla meta.
La vera pianificazione fiscale è esattamente il contrario. Non cerca di nascondere ricchezza.
Cerca di costruirla, proteggerla e trasmetterla nel tempo, utilizzando in modo intelligente gli strumenti che il legislatore mette a disposizione dell’imprenditore.
C’è un atteggiamento che, negli anni, ho osservato decine di volte e che continua a sorprendermi.
Quando una norma offre un vantaggio fiscale particolarmente significativo, la prima reazione di molti professionisti non è la soddisfazione.
È il sospetto.
“Possibile che sia davvero così?” , “Sembra troppo conveniente.”
“Ci sarà sicuramente qualcosa che non ho capito.”
In altre parole, ci convinciamo che, se una soluzione è molto favorevole, allora non possa essere davvero legittima.
È una reazione profondamente umana.
Siamo abituati a pensare che i benefici importanti nascondano sempre un prezzo da pagare e, quasi inconsapevolmente, trasferiamo questo modo di ragionare anche nel diritto tributario.
Eppure il legislatore, ogni tanto, sceglie deliberatamente di incentivare determinati comportamenti.
È successo con il regime forfettario, che per molti professionisti ha rappresentato un’opportunità straordinaria. È successo con gli incentivi agli investimenti, che in alcuni periodi hanno consentito vantaggi fiscali così rilevanti da sembrare quasi incredibili. Succede ancora oggi con strumenti societari che permettono di organizzare l’attività in modo molto più efficiente rispetto al passato.
Paradossalmente, proprio le opportunità più evidenti sono quelle che generano maggiore diffidenza.
È come se ci sentissimo in colpa per il solo fatto di utilizzare una norma esattamente nel modo in cui è stata pensata.
Naturalmente questo non significa che ogni vantaggio fiscale sia automaticamente applicabile a chiunque. Ogni scelta richiede i propri presupposti e deve essere valutata con attenzione. Ma è molto diverso dal rinunciare a un’opportunità solo perché appare “troppo bella per essere vera”.
Nel corso degli anni ho visto colleghi rinunciare al regime forfettario pur avendone pieno diritto, rimandare la costituzione di una società di capitali perché la ritenevano “troppo conveniente”, oppure trascurare una pianificazione dei redditi familiari perfettamente lecita, continuando a sopportare un carico fiscale che il nostro ordinamento, in determinate condizioni, consente invece di distribuire in modo più razionale.
Forse dovremmo cambiare prospettiva. Non tutto ciò che è vantaggioso è sospetto.
A volte è semplicemente il risultato di una scelta del legislatore, che decide di orientare i comportamenti dei contribuenti attraverso incentivi e strumenti perfettamente legittimi.
Il compito dell’imprenditore non è sentirsi in colpa per queste opportunità.
È capire se esistono i presupposti per utilizzarle correttamente e se sono davvero coerenti con il progetto che ha costruito per il proprio studio.
Vorrei concludere questo elenco con quello che, forse, non è soltanto un errore fiscale, ma un modo sbagliato di concepire la gestione dello studio.
Molti imprenditori vivono la pianificazione fiscale come un progetto da completare. Si costituisce una società, si definiscono i compensi, si organizza il patrimonio, si sceglie un determinato assetto e, quasi inconsapevolmente, si ha la sensazione di aver sistemato la questione una volta per tutte.
È una sensazione comprensibile. Del resto, tutti noi proviamo un certo sollievo quando riusciamo a chiudere un problema e a spuntarlo dalla lista delle cose da fare.
Il punto è che la pianificazione fiscale non funziona così.
Uno studio dentistico è un organismo in continua evoluzione. Cambiano i collaboratori, cambiano i volumi di attività, cambiano gli investimenti, cambiano le tecnologie e cambiano anche le norme. Ma, soprattutto, cambiano gli obiettivi di chi quello studio lo ha costruito.
Le domande che ci poniamo a trentacinque anni sono inevitabilmente diverse da quelle che ci accompagneranno a cinquanta o a sessant’anni. In alcuni momenti della vita il tema principale sarà la crescita dello studio, in altri la protezione del patrimonio, il passaggio generazionale, la previdenza o, semplicemente, la ricerca di un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata.
È naturale che, cambiando il progetto imprenditoriale e personale, debba cambiare anche il modo in cui lo studio viene organizzato sotto il profilo fiscale, societario e patrimoniale.
Per questo motivo faccio sempre fatica quando sento parlare di “assetto definitivo”. Più passa il tempo e più mi convinco che, in realtà, non esista una soluzione definitiva. Esiste un metodo che ci permette di rileggere periodicamente le nostre scelte e di verificare se continuano a essere coerenti con gli obiettivi che ci siamo dati.
In fondo è questo il significato più autentico della pianificazione.
Non trovare oggi la soluzione perfetta per i prossimi trent’anni, ma acquisire gli strumenti per continuare a prendere decisioni consapevoli anche quando il contesto cambia.
Se dovessi riassumere in una sola frase il messaggio di questi dieci errori, direi proprio questo: la pianificazione fiscale non è un traguardo da raggiungere, ma un modo diverso di governare il proprio studio.
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