

Ogni anno molti titolari di studio dentistico scoprono il proprio carico fiscale soltanto quando arriva il modello F24. Ma le imposte non nascono a giugno: sono il risultato delle decisioni prese durante tutto l’anno. In questo primo articolo della serie dedicata alla pianificazione fiscale analizziamo perché il vero problema non è pagare le tasse, ma non averle previste.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 1 di 11
La fiscalità non inizia quando arriva il modello F24. Inizia molto prima, con le decisioni che ogni titolare prende durante l’anno. In questa serie proverò a condividere un modo diverso di guardare ai numeri dello studio: non come un insieme di adempimenti, ma come uno strumento per prendere decisioni migliori.
Se hai appena pagato il saldo delle imposte e il primo acconto, probabilmente questo non è il momento dell’anno in cui ami parlare di fisco.Lo capisco bene. Però il conto alla rovescia per l’anno prossimo è già partito.
Quindi vale la pena farsi due domande: “quante tasse pagherò la prossima volta?”, ma soprattutto: “sono in grado di programmare l’impatto che fisco e contributi avranno sul mio studio la prossima volta?”
Perché, vedi, pagare è una cosa, pagare avendo pianificato è una cosa completamente diversa e non ha a che fare necessariamente con la capacità di ridurre l’impatto dei tributi , ma anche e soprattutto con la capacità di sostenerne il costo.
Un F24 tra le mani misura il passato.
Pianificare, invece, significa prevedere, programmare, governare l’attività.
Hai mai pensato che le tasse siano l’unica voce di costo che moltissimi professionisti scoprono davvero solo quando devono pagarla?
Se un fornitore aumentasse improvvisamente i prezzi del 30%, probabilmente ce ne accorgeremmo nel giro di pochi giorni. Se il costo del personale iniziasse a crescere oltre le previsioni, analizzeremmo subito i numeri. Sul carico fiscale, invece, molti di noi si affidano a una specie di rito collettivo: aspettiamo la telefonata del commercialista e speriamo che la cifra non sia troppo alta.
Non è una critica. È un comportamento molto diffuso. E, se devo essere sincero, anch’io in passato ho vissuto la fiscalità più come un appuntamento inevitabile che come uno strumento di gestione.
Col tempo, però, mi sono convinto di una cosa: il problema non è quasi mai il giorno in cui paghiamo le imposte. Il problema è tutto quello che succede nei mesi precedenti e che spesso non leggiamo con la dovuta attenzione.
È da qui che vorrei partire in questa serie di articoli.
Se oggi ti chiedessi perché hai pagato proprio quella cifra, sapresti spiegarmelo?
Non intendo dire che sapresti ripetere quello che ti ha spiegato il commercialista. Intendo dire: sapresti ricostruire quali decisioni, prese magari dieci mesi fa, hanno contribuito a determinare quell’importo?
Se la risposta è “non del tutto”, sei in ottima compagnia.
C’è un equivoco che accomuna moltissimi titolari di studio. Pensiamo che la fiscalità inizi quando arriva la dichiarazione dei redditi. In realtà, quando la dichiarazione arriva, la partita è già stata giocata.
Le imposte che hai appena versato non sono nate a giugno. Sono nate quando hai deciso di assumere un collaboratore, di acquistare una nuova attrezzatura, di modificare la tua organizzazione, di aumentare la produzione, di rinviare un investimento o, semplicemente, di non monitorare alcuni numeri durante l’anno.
Detta così sembra quasi banale. Eppure continuiamo a vivere il momento del versamento come una sorpresa.
È un po’ come entrare in studio, visitare un paziente, formulare una diagnosi, eseguire la terapia… e chiedersi solo alla dimissione se il piano di trattamento fosse quello giusto. Nessun dentista lavorerebbe così. Eppure, con la fiscalità, spesso facciamo qualcosa di molto simile.
Attenzione: non sto dicendo che a giugno non ci sia più nulla da fare. Esistono valutazioni che possono ancora incidere sul risultato finale e che vanno affrontate con il proprio consulente. Sto dicendo un’altra cosa: se la prima vera riflessione sulle imposte arriva quando il modello F24 è già pronto, probabilmente stiamo guardando il problema dal momento sbagliato.
Per me la pianificazione fiscale inizia il giorno in cui smetti di considerare le imposte un semplice adempimento e inizi a vederle come la conseguenza delle decisioni che prendi durante tutto l’anno.
Immagina di dover acquistare uno scanner intraorale, inserire un nuovo odontoiatra nel team o aprire una seconda sede. Sono tutte decisioni importanti. Eppure, molto spesso, vengono prese senza avere una visione sufficientemente chiara delle loro conseguenze fiscali e finanziarie.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Ma io ho un ottimo commercialista.”Ne sono felice. Anch’io penso che avere un buon consulente sia indispensabile.
Ma permettimi una riflessione. Il commercialista può aiutarti a interpretare i numeri. Le decisioni, però, restano tue.
È difficile chiedere un parere davvero utile se non sai quali domande porre. Ed è proprio qui che nasce l’equivoco più grande: molti imprenditori delegano la gestione della fiscalità quando, in realtà, dovrebbero delegare gli adempimenti, mantenendo invece il controllo delle decisioni.Sono due cose molto diverse.
La pianificazione fiscale non significa sostituirsi al commercialista. Significa arrivare al confronto con il commercialista sapendo dove vuoi andare, quali obiettivi stai perseguendo e quali effetti potrebbero produrre le scelte che stai valutando.
Per questo motivo la domanda che ci interessa è questa: “Cosa avrei potuto fare un anno fa per modificare la cifra delle tasse e dei contributi?”Ancora meglio: “”Se potessi tornare indietro di un anno, sapendo già quanto avresti pagato oggi, prenderesti esattamente le stesse decisioni?””
Secondo me è lì che passa il confine tra chi subisce il fisco e chi lo utilizza come uno strumento di governo dello studio.
Ti anticipo un concetto che approfondiremo nei prossimi articoli.
Molti equivoci nascono perché tendiamo a usare come sinonimi tre numeri che, in realtà, raccontano tre storie completamente diverse.
L’utile. Il reddito fiscale. La liquidità.
Se ti dicessi che il tuo studio ha chiuso l’anno con un utile di 200.000 euro, sapresti dirmi quante imposte pagherà? Oppure quanta liquidità avrà realmente a disposizione sul conto corrente?
La risposta, nella maggior parte dei casi, è no.
E non perché manchino le competenze contabili. Semplicemente perché quei tre numeri rispondono a domande diverse.
L’utile misura il risultato economico della gestione.
Il reddito fiscale è il valore sul quale vengono calcolate le imposte, dopo l’applicazione delle regole tributarie.
La liquidità, infine, è il denaro realmente disponibile per pagare fornitori, collaboratori, investimenti… e, naturalmente, anche le imposte.
| Numero | Cosa misura | Perché conta |
|---|---|---|
| Utile | Risultato economico | Ti dice se lo studio produce valore |
| Reddito fiscale | Base per le imposte | Ti dice su cosa paghi |
| Liquidità | Denaro disponibile | Ti dice cosa puoi realmente sostenere |
A volte questi tre valori sono molto vicini. Altre volte possono essere sorprendentemente lontani tra loro.
È proprio in queste differenze che nascono molte delle decisioni che, a distanza di mesi, ci portano a dire: “Non mi aspettavo di pagare così tanto.”
In realtà, spesso il problema non è l’importo delle imposte. Il problema è aver letto un solo numero, pensando che raccontasse tutta la storia.
Se c’è una cosa che ho imparato gestendo uno studio è questa: i numeri non mentono, ma possono essere facilmente fraintesi se non sappiamo quale domanda stiamo facendo.
Ed è per questo che la pianificazione fiscale non può limitarsi a conoscere le norme o ad applicare meccanicamente gli strumenti disponibili. Prima ancora, richiede la capacità di interpretare correttamente i numeri che lo studio produce mese dopo mese.
Ti lascio con una riflessione che, negli ultimi anni, ho iniziato a fare anche a me stesso.
Quando arriva il momento di pagare le imposte, la tentazione è sempre quella di concentrarsi sulla cifra. È normale. Ma, se ci pensi, è anche il momento meno utile per farlo. Quell’importo ormai è il risultato di decisioni già prese.
La domanda che oggi provo a pormi è un’altra.
Se un anno fa avessi saputo, con buona approssimazione, quanto avrei pagato oggi, avrei preso esattamente le stesse decisioni?
Non intendo solo dal punto di vista fiscale.
Avrei fatto gli stessi investimenti? Li avrei fatti negli stessi tempi? Avrei distribuito gli utili nello stesso modo? Avrei accantonato più liquidità? Avrei programmato diversamente alcuni progetti?
Non è detto che le risposte portino sempre a pagare meno imposte. E, a dirla tutta, non è nemmeno questo l’obiettivo.
L’obiettivo è prendere decisioni migliori.
Perché la pianificazione fiscale, almeno per come la intendo io, non consiste nel cercare ogni anno una scorciatoia per risparmiare qualche euro. Consiste nel capire in anticipo quali conseguenze avranno le decisioni che prendiamo oggi.
È un cambio di prospettiva che può sembrare sottile, ma che modifica profondamente il modo di gestire uno studio.
Nel prossimo articolo partiremo da uno dei luoghi comuni più diffusi tra imprenditori e professionisti: “Lo compro così almeno lo scarico.”
È una frase che abbiamo sentito tutti. Forse l’abbiamo pronunciata anche noi.
La domanda è: siamo davvero sicuri che un costo deducibile sia sempre un buon investimento?

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