

Dopo dieci puntate, la conclusione è semplice: nessuno strumento fiscale, preso da solo, è una strategia. La vera pianificazione fiscale per odontoiatri nasce quando imposte, società, investimenti, previdenza, patrimonio e obiettivi personali entrano nello stesso progetto. Perché non esiste una soluzione perfetta per tutti: esiste quella coerente con il tuo studio e con ciò che vuoi costruire.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 11 di 11
Per dieci articoli abbiamo parlato di errori, strumenti e decisioni fiscali. Siamo partiti dalle tasse da pagare e siamo arrivati molto più lontano: alla necessità di progettare un’architettura fiscale, societaria, previdenziale e patrimoniale costruita intorno allo studio e alla persona che lo governa.
Siamo partiti a giugno.
Non proprio il periodo dell’anno nel quale un dentista è più disponibile a parlare serenamente di fiscalità.
Sul tavolo c’erano saldo, acconti, contributi e quella spiacevole sensazione di vedere uscire dal conto corrente una quantità di denaro molto superiore a quella che avevamo psicologicamente deciso di considerare nostra. Il problema sembrava abbastanza semplice: paghiamo troppe tasse.
Dopo dieci articoli possiamo dire che era soltanto l’inizio del problema.
Perché abbiamo scoperto che dietro l’importo scritto su un F24 ci sono decisioni che abbiamo preso durante tutto l’anno e, qualche volta, molti anni prima. Ci sono gli investimenti che abbiamo fatto e quelli che abbiamo rinviato, la forma con cui esercitiamo la professione, il modo in cui produciamo e preleviamo reddito, gli utili che distribuiamo o lasciamo in società, la previdenza, il patrimonio, la famiglia e naturalmente la capacità di conoscere davvero i numeri dello studio.
Abbiamo anche incontrato strumenti molto diversi tra loro. Alcuni semplici, altri decisamente più sofisticati. Ma soprattutto abbiamo capito che nessuno di questi strumenti, preso da solo, rappresenta una strategia.
Una SRL non è una strategia. Una holding non è una strategia. Il TFM non è una strategia. Non lo sono il welfare, il regime forfettario, il Concordato Preventivo Biennale o un investimento effettuato approfittando di un’agevolazione fiscale.
Sono strumenti.
La strategia nasce quando sappiamo perché utilizzarli, in quale momento, per quanto tempo e soprattutto come farli convivere con tutto il resto.
Ed è probabilmente questa la conclusione più importante dell’intera serie. Se sei arrivato fin qui, non ti manca un altro strumento. Ti manca il progetto.
Un progetto che non può essere copiato dal collega dello studio accanto, perché magari ha la tua stessa età e il tuo stesso fatturato, ma non ha la tua famiglia, il tuo patrimonio, i tuoi soci, il tuo fabbisogno personale, la tua propensione al rischio o i tuoi programmi per i prossimi dieci anni.
Non può nemmeno essere delegato completamente al commercialista, perché nessun consulente può decidere al nostro posto quale vita vogliamo finanziare, quanto vogliamo far crescere lo studio, quando vorremmo smettere di lavorare alla poltrona o quale patrimonio desideriamo costruire.
A questo punto, quindi, non abbiamo più bisogno di aggiungere un altro capitolo alla nostra collezione di conoscenze fiscali.
Dobbiamo fare qualcosa di più difficile. Dobbiamo mettere tutto sullo stesso tavolo. Ed è precisamente da qui che comincia la pianificazione fiscale per odontoiatri.
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Dopo dieci articoli potrebbe venire il sospetto che, per occuparsi seriamente di pianificazione fiscale, un dentista debba prendere una seconda laurea. Fortunatamente non è così.
Non dobbiamo diventare commercialisti, avvocati tributaristi, consulenti del lavoro o esperti di previdenza. Quelle competenze esistono già e continueremo ad averne bisogno. Il punto è capire quali decisioni appartengono al consulente e quali appartengono invece a noi.
Al commercialista possiamo chiedere di verificare se una determinata operazione sia fiscalmente corretta, di calcolarne gli effetti, di illustrarci i rischi e di indicarci le modalità tecniche per realizzarla. Non possiamo però chiedergli di decidere quanto denaro ci serve per vivere, quanto vogliamo reinvestire nello studio, quale patrimonio desideriamo costruire, se vogliamo crescere oppure ridurre progressivamente la nostra presenza clinica.
Sono informazioni che devono partire dall’imprenditore.
Per questo la competenza che ci serve non consiste nel conoscere ogni comma del Testo unico delle imposte sui redditi, ma nell’imparare a leggere contemporaneamente alcune grandezze fondamentali.
Se sto pensando a un investimento, per esempio, non posso limitarmi a chiedere quanto sia deducibile. Devo sapere se quell’investimento produce un beneficio economico per lo studio, come verrà finanziato, quale effetto avrà sulla liquidità e se l’eventuale vantaggio fiscale ne modifica realmente la convenienza.
Se la società produce un utile importante, non basta sapere quanto costerebbe distribuirlo. Devo prima capire quanto denaro mi serve personalmente, quanta liquidità deve rimanere nell’impresa e quali progetti dovrà finanziare negli anni successivi.
Se sto valutando una scelta che modifica il mio reddito personale, dovrò considerarne anche gli effetti previdenziali. Se sto pensando alla forma societaria, dovrò guardare alla governance, al patrimonio, alla famiglia e agli obiettivi futuri. Ogni volta cambia l’oggetto della decisione, ma il metodo rimane lo stesso: allargare lo sguardo prima di fare il calcolo.
È questa la cultura minima che dovrebbe possedere chi governa uno studio strutturato.
Non serve per sostituirsi ai consulenti. Serve per utilizzarli meglio, perché una consulenza diventa molto più utile quando al tavolo non arriva semplicemente qualcuno che domanda «come faccio a pagare meno tasse?», ma un imprenditore capace di spiegare dove si trova, dove vuole arrivare e quali vincoli deve rispettare.
A quel punto il consulente può finalmente fare il proprio mestiere al massimo livello. E noi possiamo fare il nostro.
C’è una ragione precisa per cui abbiamo scelto di chiudere questa serie proprio adesso.
Siamo nella seconda metà di ottobre. Una parte importante dell’anno è ormai alle nostre spalle e molti risultati cominciano a essere abbastanza leggibili. Tra poco arriverà il secondo acconto, poi dicembre e infine la chiusura dell’esercizio.
La tentazione è pensare che ormai sia tardi.
Per alcune decisioni potrebbe esserlo davvero, ed è bene dirlo chiaramente. La pianificazione fiscale non è una magia che consente di arrivare il 20 dicembre, guardare l’utile dell’anno e farlo sparire attraverso qualche operazione dell’ultimo minuto. Alcune opportunità richiedono presupposti che non possono essere inventati quando diventano convenienti e altre producono i propri effetti soltanto se vengono costruite nel tempo.
Ma proprio per questo ottobre è anche l’inizio della pianificazione dell’anno successivo.
Possiamo utilizzare i numeri che abbiamo ormai a disposizione per capire che cosa ha funzionato e che cosa no, quali investimenti abbiamo rinviato, come si è comportata la liquidità, quanto reddito personale abbiamo realmente utilizzato, quale utile stiamo probabilmente producendo e quali problemi organizzativi o finanziari sono emersi durante l’anno.
Da queste informazioni possono nascere due categorie di decisioni.
Ci sono quelle sulle quali esiste ancora uno spazio ragionevole di intervento prima della chiusura dell’esercizio, da valutare naturalmente caso per caso con i professionisti competenti. E poi ci sono decisioni molto più interessanti che forse non produrranno alcun vantaggio fiscale quest’anno, ma che possiamo cominciare a preparare affinché lo producano negli anni successivi.
Potrebbe essere il momento di programmare un investimento che faremo l’anno prossimo, di rivedere la struttura con cui produciamo o percepiamo reddito, di verificare se l’assetto societario sia ancora adeguato, di impostare correttamente uno strumento che ha bisogno di tempo oppure semplicemente di costruire finalmente un budget economico, finanziario e fiscale per l’esercizio che sta per iniziare.
Questa distinzione è importante perché ci libera dall’ossessione del risultato immediato.
Una buona decisione presa nell’ottobre 2026 potrebbe non farci risparmiare un solo euro nel 2026 e rivelarsi comunque una delle migliori decisioni fiscali dei prossimi cinque anni.
Dopo tutto il percorso fatto in questa serie, forse è proprio questo il cambiamento più significativo. All’inizio guardavamo il calendario per sapere quando avremmo dovuto pagare.
Adesso possiamo usarlo per decidere quando cominciare a progettare.
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C’è un ultimo equivoco che dobbiamo eliminare prima di passare dalla teoria alla pratica: pensare che una buona pianificazione debba portarci rapidamente a una configurazione definitiva. Non esiste.
Abbiamo detto più volte che conoscere gli strumenti è indispensabile, ma la conoscenza deve prima o poi trasformarsi in decisione. Sapere e agire sono attività perfettamente compatibili. Studiamo proprio per poter agire con maggiore consapevolezza e non dovremmo permettere che la complessità diventi una buona scusa per rimanere immobili.
Allo stesso tempo, però, non dobbiamo avere fretta.
Se abbiamo utilizzato l’immagine dell’architettura per descrivere la pianificazione fiscale è anche perché le architetture richiedono tempo. Alcune condizioni devono essere costruite, alcuni strumenti hanno bisogno di maturare e certe decisioni acquistano senso soltanto quando il patrimonio, lo studio o la nostra situazione personale raggiungono una determinata fase.
Quindi bisogna agire, ma non necessariamente fare tutto subito.
C’è poi una terza regola, forse ancora più difficile da accettare: non dobbiamo affezionarci troppo a quello che abbiamo già costruito.
Uno statuto societario perfettamente adeguato cinque anni fa potrebbe essere diventato un limite oggi. Una SRL nata per rispondere alle esigenze di un singolo studio potrebbe trovarsi successivamente all’interno di un progetto imprenditoriale molto più articolato. Un reticolo societario che sarebbe stato assurdo immaginare quando abbiamo iniziato l’attività potrebbe diventare necessario quando compaiono nuove società, immobili, partecipazioni, investimenti o semplicemente un patrimonio di dimensioni che allora non esisteva.
In questi casi rifare non significa necessariamente aver sbagliato. Significa adattare una struttura costruita per le esigenze di ieri a quelle di oggi.
Del resto, pretendere di progettare nei dettagli la nostra situazione fiscale, professionale, familiare e patrimoniale dei prossimi vent’anni sarebbe poco realistico. Possiamo lavorare ragionevolmente su un orizzonte di alcuni anni, spesso tre o cinque sono già sufficienti per prendere decisioni importanti, sapendo però che più ci allontaniamo nel tempo più aumentano le variabili che non possiamo controllare. Cambieranno le norme, i mercati, lo studio, la famiglia e probabilmente cambieremo anche noi.
Per questo, quando esistono più strade ragionevoli, la flessibilità ha un valore economico.
Tra due soluzioni apparentemente equivalenti può essere preferibile quella che ci lascia maggiori possibilità di correggere il percorso, integrare nuovi strumenti, modificare i flussi o persino tornare indietro senza sopportare costi sproporzionati. Non tutto è reversibile e non sempre possiamo conservare aperta ogni possibilità, ma dovremmo almeno conoscere il prezzo della rigidità prima di accettarla.
Una buona architettura fiscale, quindi, non è quella che pretende di prevedere perfettamente il futuro.
È quella che funziona oggi, prepara ciò che ragionevolmente potrebbe servirci domani e ci lascia abbastanza libertà per cambiare idea dopodomani.
Questo significa pianificare: avere abbastanza conoscenza per decidere, abbastanza disciplina per aspettare quando serve e abbastanza libertà intellettuale per modificare ciò che non è più adatto alle nostre esigenze.
Ed è qui che questa serie finisce.
Non perché abbiamo esaurito gli argomenti. Potremmo continuare ancora a lungo parlando di società, compensi, dividendi, TFM, holding, previdenza, investimenti, patrimonio e di tutte le combinazioni possibili tra questi strumenti.
Ma a un certo punto aggiungere conoscenza non basta più. Bisogna prendere un foglio e cominciare a lavorare sul proprio studio.
È esattamente per questo che abbiamo costruito il Corso di Pianificazione Fiscale per Odontoiatri.
Non per insegnarti a fare il commercialista e nemmeno per consegnarti una raccolta di soluzioni fiscali da copiare. Al corso porterai qualcosa di molto più interessante: la tua situazione.
Il tuo studio, la forma con cui eserciti, il reddito che produci, quello che prelevi, gli utili che eventualmente lasci in società, i tuoi investimenti, la previdenza, il patrimonio che hai già costruito, la famiglia e quello che immagini di fare nei prossimi anni.
Poi metteremo queste cose sullo stesso tavolo. Perché è questo che raramente facciamo. Di solito parliamo della società con qualcuno, degli investimenti con qualcun altro, della pensione quando arriva il bollettino ENPAM, del patrimonio quando dobbiamo acquistare un immobile e delle tasse quando arriva l’F24.
Tutto corretto.
Solo che la nostra vita è una sola. E anche i soldi, alla fine, sono sempre gli stessi.
Durante il corso imparerai a leggere insieme questi elementi, a riconoscere gli strumenti che già possiedi e quelli che potrebbero servirti, ma anche quelli che non ti servono affatto, perché una delle forme più intelligenti di pianificazione consiste proprio nel non costruire strutture inutilmente complicate.
Dovrai uscire dal corso sapendo quali problemi devi affrontare subito, quali puoi programmare nei prossimi anni e quali condizioni devono essere costruite prima che determinati strumenti possano diventare realmente utili.
Soprattutto, dovrai uscire con domande migliori. Domande migliori per il commercialista, per il consulente del lavoro, per il notaio, per chi si occupa del tuo patrimonio. E alcune domande alle quali nessuno di loro potrà rispondere al posto tuo.
Perché alla fine siamo tornati esattamente al punto dal quale eravamo partiti undici puntate fa.
“Pago troppe tasse.” Può darsi. Ma dopo tutto questo percorso sappiamo che la domanda interessante non è più soltanto quanto paghi.
È se quello che stai pagando è il risultato di un progetto oppure semplicemente la conseguenza delle decisioni che hai preso, una alla volta, negli ultimi dieci anni.
Il Corso di Pianificazione Fiscale per Odontoiatri nasce per questo. Per prendere quelle decisioni, metterle finalmente una accanto all’altra e cominciare a progettare quelle che verranno dopo.
Non esiste la struttura fiscale perfetta. Esiste una struttura coerente con quello che vuoi fare. E quella, inevitabilmente, deve partire dal tuo studio.
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