

Quanto denaro dovrebbe uscire davvero da una SRL odontoiatrica? La risposta non parte dalle aliquote fiscali, ma dal fabbisogno personale del titolare e dalle risorse che devono restare nella società per sostenerne solidità, investimenti e crescita.

Speciale – Pianificazione fiscale dello studio dentistico
Puntata 5 di 11
Quanto prelevare da una SRL odontoiatrica è una domanda che molti dentisti si pongono, ma spesso il problema viene affrontato partendo dal punto sbagliato. Molti imprenditori cercano la forma più conveniente per far uscire il denaro dalla società. In realtà la prima domanda dovrebbe essere un’altra: di quanto denaro hai davvero bisogno per vivere il tenore di vita che desideri?
Quando si parla di pianificazione fiscale di una SRL odontoiatrica, prima o poi si arriva sempre alla stessa domanda: “Qual è il modo più conveniente per far uscire i soldi dalla società?” È una domanda legittima, ma arriva troppo presto.
Prima di chiedersi come prelevare il denaro bisogna stabilire quanto denaro debba effettivamente uscire dalla società e, soprattutto, per quale ragione.
Il punto di partenza non è quindi il compenso dell’amministratore, il dividendo, il TFM o qualche altro strumento fiscale. Il punto di partenza è molto più semplice e, per certi versi, molto più scomodo: quanto denaro serve realmente al titolare e alla sua famiglia per mantenere il tenore di vita che hanno scelto?
Senza questa informazione, qualsiasi pianificazione parte al contrario. Si scelgono prima gli strumenti e solo dopo si cerca di capire quale problema dovrebbero risolvere.
In realtà dovrebbe accadere l’opposto. Prima si definisce il fabbisogno personale e familiare. Poi si stabilisce quale parte della ricchezza prodotta debba essere trasferita dalla società alla persona fisica. Solo alla fine si decide attraverso quali strumenti farlo nel modo giuridicamente, fiscalmente e previdenzialmente più coerente.
È una sequenza semplice. Ma cambia completamente il modo di governare una SRL.
Il primo equivoco da eliminare è questo: la liquidità presente sul conto corrente della società non coincide con il denaro disponibile del titolare.
Può sembrare ovvio, ma nella pratica non lo è affatto.
Il titolare vede crescere la disponibilità bancaria della società e tende inevitabilmente a considerarla, almeno in parte, come ricchezza personale già acquisita. Dopotutto è lui ad aver costruito lo studio, ad aver lavorato, investito, rischiato e prodotto quel risultato.
Sul piano umano il ragionamento è comprensibile. Sul piano societario è sbagliato.
Il denaro appartiene alla società e deve prima di tutto servire alla società: sostenere il capitale circolante, affrontare gli imprevisti, finanziare gli investimenti, consentire la crescita, rafforzare la struttura patrimoniale e garantire una sufficiente autonomia finanziaria.
Solo una parte di quella ricchezza deve necessariamente essere trasferita alla persona fisica.
La questione, quindi, non è stabilire quanto denaro si può portare fuori. La questione è stabilire quanto denaro è opportuno portare fuori. La differenza è enorme.
Una società può produrre 250.000 euro di utile e avere un titolare che necessita di 100.000 euro all’anno per sostenere il proprio tenore di vita. Un’altra società può produrre lo stesso utile e avere un titolare che, per ragioni familiari, patrimoniali o personali, ne utilizza 180.000.
I numeri della società sono identici. La pianificazione non può esserlo. È proprio per questo che non esiste una percentuale corretta di prelievo valida per tutti.
Non esiste il compenso ideale. Non esiste il dividendo ideale. Non esiste neppure una combinazione standard di strumenti che possa essere copiata da un collega soltanto perché ha una società simile o produce un reddito analogo.
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La prima grandezza da conoscere è il fabbisogno personale netto.
Quanto costa, realmente, la vita del titolare? Casa, famiglia, figli, mutui, spese ordinarie, vacanze, assicurazioni, investimenti personali, risparmio, patrimonio da costruire.
Non si tratta di stabilire quale tenore di vita sia giusto o sbagliato. Non è questo il compito della pianificazione fiscale. Si tratta semplicemente di attribuirgli un valore.
Perché finché quel valore rimane indefinito, il rischio è prelevare dalla società sulla base delle necessità del momento, dell’abitudine o della semplice disponibilità di cassa. Ed è qui che nasce uno dei comportamenti più frequenti nelle SRL professionali: il prelievo diventa occasionale e reattivo.
Serve denaro? Lo si fa uscire. C’è molta liquidità? Se ne distribuisce una parte. Arriva una spesa personale importante? Si cerca il modo più conveniente per finanziare il titolare.
Poi, solo dopo, si domanda al commercialista come qualificare fiscalmente quella fuoriuscita. È l’ordine sbagliato.
La forma giuridica con cui il denaro viene trasferito non dovrebbe mai essere una giustificazione costruita a posteriori. Deve essere la conseguenza di una funzione economica già individuata.
Se il titolare svolge attività clinica per la società, una parte del denaro può remunerare quel lavoro. Se esercita funzioni di amministrazione, esiste un’altra funzione da remunerare. Se ha investito capitale e la società produce utili distribuibili, può percepire dividendi. Se sostiene spese nell’interesse della società, esistono i rimborsi. Se ricorrono i presupposti per un trattamento di fine mandato, il TFM risponde a una funzione ancora diversa.
Lo stesso vale, quando ne esistono realmente le condizioni, per welfare, royalties e altri strumenti previsti dall’ordinamento. Questi strumenti non sono intercambiabili. E soprattutto non esistono perché il titolare possa scegliere ogni anno quello fiscalmente meno costoso.
Esistono perché remunerano funzioni diverse. Questo è il passaggio che spesso viene perso quando il ragionamento parte direttamente dalle aliquote.
Si mettono a confronto compenso professionale, compenso amministratore, dividendi, TFM, royalties e welfare come se fossero prodotti concorrenti sullo stesso scaffale e fosse sufficiente individuare quello che lascia più denaro netto nelle tasche del titolare.
Ma non è così. La prima domanda non è: “Quale di questi strumenti costa meno?” È: “Che cosa sto remunerando?”
Solo dopo ha senso confrontare la disciplina fiscale e previdenziale delle diverse alternative. Un compenso professionale remunera un’attività professionale. Il compenso dell’amministratore remunera una funzione gestoria. Il dividendo remunera il capitale di rischio. Il TFM risponde a una logica differente ancora. Le royalties presuppongono l’esistenza e l’effettivo utilizzo di un bene immateriale che abbia una propria consistenza economica. Il welfare risponde a finalità e condizioni specifiche previste dalla normativa.
Mettere questi strumenti tutti sullo stesso piano significa perdere proprio la logica che dovrebbe guidarne l’utilizzo. La buona pianificazione non cerca di forzare il reddito dentro il contenitore fiscalmente più favorevole.
Fa il contrario. Individua la natura economica del flusso e poi utilizza il contenitore corretto.
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C’è poi un secondo problema, che è forse ancora più importante.
Anche quando un prelievo è perfettamente legittimo e fiscalmente ben costruito, resta da capire se sia opportuno farlo. Perché ogni euro che passa dalla società alla persona fisica cambia funzione.
Finché rimane nella società può finanziare investimenti, assorbire shock finanziari, sostenere l’espansione, rafforzare il patrimonio netto o semplicemente ridurre la dipendenza dal credito bancario.
Quando viene trasferito alla persona, invece, entra nella sfera personale e familiare. Nessuna delle due destinazioni è migliore in assoluto. Il problema è trovare l’equilibrio.
Una società non esiste per accumulare denaro all’infinito mentre il titolare vive male. Ma non esiste neppure per essere svuotata sistematicamente ogni volta che produce un risultato positivo. Ed è proprio qui che la pianificazione fiscale incontra la pianificazione finanziaria.
Decidere quanto prelevare significa contemporaneamente decidere quanto reddito serve alla persona, quanto capitale serve all’impresa, quanto margine di sicurezza vogliamo mantenere, quali investimenti dovremo finanziare, quale patrimonio personale vogliamo costruire e quale quota della ricchezza prodotta deve essere consumata oggi e quale invece deve continuare a lavorare per il futuro.
A questo punto diventa anche evidente perché il semplice confronto tra aliquote sia insufficiente.
Immaginiamo che una determinata modalità permetta di trasferire denaro al titolare con un costo fiscale inferiore rispetto a un’altra. Questo dato è utile. Ma non risponde ancora alla domanda principale: se quei soldi non servono al titolare, perché dovrebbero uscire?
Il vero vantaggio di una società di capitali consiste nella possibilità di separare il momento in cui il reddito viene prodotto dal momento in cui viene trasferito alla persona.
Questa separazione crea uno spazio di pianificazione che lo studio professionale tradizionale possiede in misura molto minore. Ed è uno spazio prezioso.
Consente di decidere quanto lasciare nell’impresa, quanto trasferire al titolare, attraverso quali funzioni, con quali tempi e con quali conseguenze fiscali e previdenziali. Ma proprio perché gli strumenti sono molti, aumenta anche il rischio di utilizzarli senza una logica complessiva.
Il risultato può essere paradossale: una società formalmente sofisticata, dotata di molti strumenti fiscali, ma governata ancora secondo la logica del “quanto riesco a tirare fuori quest’anno?”.
Quella non è pianificazione. È soltanto una modalità più complessa di prelevare denaro.
La pianificazione inizia quando il titolare smette di considerare la società come un contenitore dal quale estrarre ricchezza e comincia a considerarla come un soggetto economico autonomo, che deve trovare un equilibrio con la persona che lo possiede.
Da una parte ci sono lo studio, i suoi investimenti, la necessità di capitale, i rischi e i progetti futuri. Dall’altra ci sono il titolare, la famiglia, il patrimonio personale, la previdenza e il tenore di vita desiderato. La funzione della pianificazione è mettere in comunicazione questi due mondi senza confonderli. È anche per questo che il fabbisogno personale dovrebbe essere conosciuto prima di discutere di strumenti fiscali.
Se so che alla mia famiglia servono, per esempio, 10.000 euro netti al mese, possiedo finalmente un dato concreto sul quale costruire il ragionamento. Posso verificare quali flussi siano necessari per produrre quel risultato, quale combinazione di remunerazioni sia coerente con i ruoli effettivamente svolti, quali effetti previdenziali produca, quanta liquidità rimanga nella società e se questo equilibrio sia sostenibile negli anni.
Se invece parto direttamente dal desiderio di minimizzare il carico fiscale, posso ottenere una soluzione tecnicamente efficiente ma completamente scollegata dalle reali esigenze della persona e dell’impresa.
Ed è proprio questo il punto che vale la pena portarsi dietro: la pianificazione fiscale non serve a far uscire dalla società più denaro possibile al minor costo possibile.
Serve a decidere quanta ricchezza deve rimanere nell’impresa, quanta deve arrivare alla persona e attraverso quali strumenti è corretto trasferirla. Solo dopo entrano in gioco compensi, dividendi, TFM, welfare, royalties e tutti gli altri strumenti.
Prima viene il progetto.
E forse anche il titolo di questa puntata, alla fine, contiene una piccola trappola.
“Quanto deve prelevare il titolare da una SRL odontoiatrica?” La risposta non è una percentuale. Non è un importo. E non è neppure una formula fiscale.
Il titolare dovrebbe prelevare quanto serve al progetto personale e familiare che ha deciso di finanziare, compatibilmente con ciò che deve rimanere nell’impresa per garantirne solidità, investimenti e sviluppo.
Tutto il resto è tecnica. Importante, naturalmente. Ma viene dopo.
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