Il trattamento fiscale delle spese di marketing per il libero professionista.

PILLOLA #4

La principale differenza, ai fini fiscali, che viene effettuata in merito alle spese di marketing è quella tra spese di rappresentanza e spese di pubblicità.

Spese di pubblicità

Le stesse sono interamente deducibili dal reddito di lavoro autonomo purchè siano inerenti e cioè purchè non riguardino attività legate alla promozione della persona fisica del professionista, ma la sua attività tipica e cioè quella odontoiatrica e professionale.

Tali spese sono configurate come tali – e per converso interamente deducibili – quando hanno come scopo quello di aumentare i ricavi in misura diretta e anche potenziale: cosa che attiene alla pubblicizzazione del servizio globalmente inteso, o a singoli servizi effettivamente prestati dietro corrispettivo.

Una volta verificata l’esistenza del requisito dell’inerenza, della effettività e della documentabilità, la Giurisprudenza ha ormai considerato tali spese pubblicitarie quali interamente deducibili, non riconoscendo all’AdE la possibilità di contestarne il peso rispetto al monte compensi del professionista (requisito della congruenza).

Quindi, possiamo considerare come interamente deducibili le spese per campagne marketing mirate, effettuate in tutte le forme disponibili, e che si prefiggono come obiettivo quello di aumentare i ricavi del professionista, promozionando singoli servizi o il servizio reso in generale. E questo anche quando attuate in qualunque forma e con qualunque mezzo (pubblicità su canali tradizionali e via web).

Considerazione di simile tenore valgono per le spese di consulenza con oggetto il marketing. 

Non a caso, la Cassazione ha più volte dato ragione all’AdE quando ha contestato fatture con diciture generiche, spesso utilizzate al fine di dribblare il requisito dell’inerenza ai fini della deducibilità.

E’ chiaro che se la consulenza si prefigge di fornire metodi e strumenti per sviluppare la pazientela e i compensi, tale consulenza rientra a pieno titolo nelle spese di pubblicità. Ma se invece si prefigge unicamente come scopo quello di implementare la generica notorietà e reputazione del professionista, e il suo costo venisse interamente dedotto dal professionista stesso come una spesa pubblicitaria, l’AdE avrebbe titolo per contestarla.

Ne deriva che una fattura per consulenza e produzione di un sito internet statico, il classico sito vetrina in cui non vengono mai inseriti aggiornamenti e che presenta una generica rappresentazione dell’attività del professionista, in mancanza di aggiornamenti e campagne mirate sul sito stesso, non sarebbe interamente deducibile e finirebbe per rientrare nell’ambito di una spesa per rappresentanza.

Spese di rappresentanza

Le spese di rappresentanza, infatti, sono tutte quelle spese che non si prefiggono di aumentare in misura diretta i compensi di un servizio e di più servizi offerti dal professionista, ma più in generale di promozionare l’immagine e la conoscibilità del professionista.

A differenza delle prime, non sono interamente deducibili e non permettono la detraibilità dell’iva pagata sulla fattura, ma sono sottoposte a precisi limiti, che sono stati in parte mitigati dal Jobs act autonomi e dal bonus pubblicità, valido anche per il 2019.

Intanto va subito specificato che la distinzione tra spese di pubblicità e quelle di rappresentanza è tutt’altro che agevole e immediata.

Pensiamo, ad esempio, al solito  sitoweb.

Poiché nel nostro ambito tale sito ben difficilmente può andare oltre al modello di sito vetrina e comunque non potrà mai diventare uno sito di e-commerce, appare evidente che tale strumento rientra quasi sempre nell’ambito di una spesa di rappresentanza e non di pubblicità tutte le volte che si limita, con modalità statiche e senza aggiornamenti di pagina a presentare genericamente il professionista e la sua attività, a meno che in tale sito non sia prevalente una componente fortemente orientata alla vendita del servizio e alla produzione di ricavi, almeno potenziali.

Un sito che si limita a presentare il curriculum del professionista, con poche altre informazioni generiche, sarà certamente messo in discussione dall’Ade, nel caso in cui  il suo costo fosse interamente dedotto come spesa di pubblicità.

Il che significa, nella pratica operatività delle scelte di investimento compiute in questo senso, che un sito dinamico e a carattere promozionale, anche quando costruito per fornire informazioni sui servizi, finalizzate a conquistare nuovi pazienti e non su generici messaggi di stampo puramente commerciale e poco deontologico, costa magari il doppio o più di un sito vetrina statico, ma in ultima analisi costa di meno, in considerazione del fatto che il suo costo è interamente deducibile a differenza che nel sito del primo tipo.

E tale convenienza aumenta tanto è più alta l’aliquota marginale IRPEF cui è sottoposto il professionista in diretta relazione alla sua fascia di reddito.

Se poi si riflette sul fatto che il sito internet è ormai considerato dai pazienti potenziali come strumento di conferma persino in chiave di passaparola, abbiamo una ulteriore e definitiva conferma della necessità di costruirlo in maniera articolata ed efficace oltre che esteticamente gradevole e agevolmente fruibile ( sia per chi si collega da fisso che da mobile ).

Potranno comunque considerarsi quali spese di pubblicità le campagne google adwords per promozionare landing page o  singole iniziative e ben precisi servizi, offerti per periodi di tempo determinato.

Va poi specificato che l’AdE ha individuato alcuni elementi che considera certamente come appartenenti all’ambito delle spese di rappresentanza, e persino individuato una casistica precisa di spese da considerare sempre di rappresentanza.

Come criterio generale, l’AdE considera come tali tutte le iniziative utilizzate per mantenere e diffondere l’immagine aziendale e la reputazione del professionista,  in particolare quando non esiste una chiara e netta correlazione con un ricavo materiale, certo o potenziale.

In particolare, una spesa deve avere una caratteristica fondamentale per rientrare tra quelle di rappresentanza: la sua natura gratuita o la mancanza di un corrispettivo pagato dalla controparte per accedere ai servizi del professionista.

Nello specifico, la Risoluzione n. 27/E del 12 marzo 2014, considera rientranti nelle spese di rappresentanza: spese per viaggi turistici a scopo promozionale; spese per feste, per ricevimenti e banchetti, per inaugurazioni ed eventi e altre spese per la distribuzione gratuita di beni e servizi (gadget in fiere e convegni).

Una volta appurato come considerare tali spese, dobbiamo dire qualcosa sulle regole per la deducibilità fiscale di tale categoria di spesa per il professionista.

La regola è stata resa più favorevole a quest’ultimo dall’entrata in vigore del Jobs Act autonomi, che ha stabilito che per il professionista tali spese siano deducibili non più al 75% ma al 100%, sia pur nel limite originario previsto dalla Normativa Fiscale, che è quello dell’1% del monte compensi annuo del professionista.

Un professionista che emette fatture per 300.000 euro, potrà quindi al massimo dedurre un totale di spese per rappresentanza pari a 3.000 euro. Ben poca cosa.

In conclusione,

possiamo certamente dire che l’Ordinamento tributario non vede di buon occhio le spese di marketing che non siano specificatamente orientate al prodotto o al servizio o comunque fa davvero molto poco per favorire investimenti utili a migliorare il posizionamento del brand come la conoscibilità del professionista da parte del pubblico di potenziali fruitori dei suoi servizi.

Quel poco che ultimamente sta concedendo, potrebbe tuttavia essere sfruttato al meglio, con le opportune conoscenze delle misure di cui abbiamo parlato.

Se dovete fare pubblicità di brand, cercate di farlo con i mezzi che accedono alle facilitazioni nella misura più alta possibile e compatibile con le vostre linee strategiche.

Pietro Paolo Mastinu

 

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“Resto al Sud”: è adesso il momento ideale per ottenere l’agevolazione fiscale

PILLOLA #3

Un altro aiuto statale concreto per chi vuole costruire un nuovo ambulatorio nelle Regioni del Sud-Italia: Resto al Sud ( Legge di Stabilità 2016 art. 1, commi 98-108 e successive modifiche ).

Oggi parliamo di una misura di incentivo fiscale molto interessante, che può essere cumulata ad altri incentivi quali l’iper-ammortamento pur sugli stessi beni su cui si è deciso di investire e che facilita in misura significativa gli investimenti nuovi per nuove strutture sanitarie costituite sotto forma di impresa (e quindi non solo di srl) in alcune regione del Sud Italia.

Ancora una volta, si tratta di una misura che non è applicabile ai professionisti.  (ndr. – perchè non è applicabile?)

Specifico subito che parlo delle regole in vigore per investimenti effettuati a partire dal marzo 2017, perché nell’anno prima erano diverse sia le aliquote che le regole sulla cumulabilità di questa agevolazione con altre presenti nell’ordinamento.

Per le piccole imprese (sotto i 10 milioni di fatturato e i 50 dipendenti) e quindi per tutti gli ambulatori odontoiatrici e persino polispecialistici, la misura dell’aliquota è differenziata a seconda della Regione presa in considerazione.

Le Regioni Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna vengono considerate come regioni in cui il beneficio è pienamente applicabile in tutto il territorio regionale.

Le Regioni Molise a Abruzzo invece vedono il beneficio applicabile solo in alcuni comuni o in parti del territorio regionale stesso.

Il primo tipo di Regioni

Ebbene, per il primo tipo di Regioni il credito di imposta, a partire dal marzo 2017 è passato dal 20%, originariamente previsto dalla Legge di Stabilità 2016 al 45% per le piccole imprese.

Ripeto: per i nuovi ambulatori il credito di imposta è del 45% e va a sommarsi ai benefici dell’iper-ammortamento, pur se applicato sugli stessi beni !!!

Il secondo tipo di Regioni

Per il secondo tipo di Regioni, la stessa aliquota passa dal 20% al 30%.

La quota complessiva di investimento dei beni per ciascun progetto di investimento è passata, dopo il 31 marzo 2017, dal 1.5 mln di euro originario a 3 milioni di euro.

Quali beni sono agevolabili?

E veniamo al punto saliente che è importante subito evidenziare onde scongiurare eventuali malintesi: quali beni sono agevolabili ?

1) Quelli facenti parte di un progetto iniziale;

2) Relativi all’acquisto, anche tramite leasing, di macchinari, impianti e attrezzature destinate a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.

 

Quindi, come anche chiarito dalla Circolare AdE 34/E/2016, sono agevolabili gli investimenti in macchinari, impianti e attrezzature relativi alla creazione di una nuova struttura o all’ampliamento della capacità di una struttura esistente o ancora alla diversificazione di una struttura per ottenere servizi e/o prodotti mai fabbricati od erogati prima.

Attenzione, sono invece esclusi gli investimenti di mera sostituzione in quanto non possono essere considerati quali investimenti iniziali.

Esempi per il Dentista Manager

Scendiamo con degli esempi nel concreto della nostra realtà: se allargo uno studio già esistente, acquistando magari un locale limitrofo nello stesso piano, e lo ristrutturo per allargare l’attività con una veste imprenditoriale, potro’ usufruire dell’agevolazione su impianti e attrezzature del nuovo locale; se trasformo il locale esistente da studio a poliambulatorio potrò usufruire dell’agevolazione per tutto quanto è stato trasformato ( da riunito ad ambulatorio da visite, ad esempio ).

Se compro o affitto un nuovo locale più grande e sposto tutta l’attività dal vecchio studio al nuovo ambulatorio sito in altro locale, potrò usufruire interamente della agevolazione sugli investimenti per tutto il locale, quanto ad impianti e attrezzature varie installate.

Attenzione, parliamo di attrezzature e impianti e quindi: impianto idrico, impianto elettrico, impianto di aereazione, riuniti, mobilia, hardware, endorali, panoramico, autoclavi, vaschetta ad ultrasuoni, microscopio, impronta digitale, etc.

Non materiale di consumo.

I beni strumentali possono anche comprendere una parte di beni usati, purchè non prevalenti nell’investimento complessivo.

Come si ottiene l’agevolazione?

Per usufruire di tale agevolazione, è importante effettuare la compilazione di un modello apposito da inviare poi per via telematica alla Agenzia delle Entrate; è anche previsto che tale credito possa essere utilizzato esclusivamente in compensazione di altri tributi da pagare e indicato nella sezione Erario del modello F24, alla colonna “importi a credito compensati”, a decorrere dal periodo di imposta in cui è stato effettuato l’investimento.

E’ il momento giusto…

Mi pare una occasione davvero interessante che può permettere di costruire una struttura nuova con un’agevolazione fiscale importantissima, cumulabile peraltro sia con l’iper-ammortamento – per alcuni dei beni contenuti nel progetto iniziale – e con qualsiasi altra agevolazione prevista dalla Normativa, pur se sugli stessi beni.

Chi risiede al Sud, ha intenzione di effettuare una trasformazione da studio ad ambulatorio e attende il momento giusto per farlo, difficilmente potrà trovarsi di fronte una simile rosa di opportunità e di agevolazioni.

Pietro Paolo Mastinu

 

COMMENTI UTILI:

Anche in (almeno piccola) parte beni usati…? Non mi risultava questo dettaglio…

PPM: si si confermo. L’importante è che non siano in misura prevalente rispetto all’investimento complessivo. Lo ha specificato l’AdE nella Circolare 34/E/2016. Si tratta di un dettaglio importante, perchè tanti strumenti acquistati nuovi portano l’investimento alle stelle e si possono comprare benissimo da fornitori che rilevano ambulatori seminuovi o in fallimento.

 

Buonasera, questo credito di imposta è cumulabile con il titolo secondo?

PPM: E’ cumulabile con qualsiasi altra agevolazione prevista a partire dalle modifiche entrate in vigore il 31 marzo 2017.

 

Quindi “resto al sud” ha un limite per quanto riguarda l’età dei soci ? 

PPM: Esatto, di 45 anni. 

 

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Compenso ai collaboratori? Esiste un limite.

PILLOLA #2

Chi misura la gestione non gestisce: e tuttavia impara sempre qualcosa misurando.

Quando si viene chiamati da Voi in consulenza per valutare una trasformazione in srl, la prima cosa che si fa è quella di  chiederVi di inviarci alcuni dati che analizziamo attentamente.

Non lo facciamo per rubare il cliente al suo commercialista o per mettere in discussione l’operato di quel professionista, ma solo perché l’analisi dei prospetti costi ricavi analitici e delle dichiarazioni dei redditi ci dicono molte cose che a noi interessano e che dovrebbe interessare anche Voi, a prescindere se la trasformazione apparirà poi opportuna o meno.

Se questi dati vengono poi integrati da altre informazioni (compensi degli operatori, percentuale della produzione del titolare e di quella  dei collaboratori rispetto alla produzione totale etc.), ecco che si può giungere ad una fotografia abbastanza attendibile della qualità della gestione e della salute dello studio.

Salute e qualità che se non ci sono andrebbero ricercate e realizzate a prescindere e prima di effettuare la trasformazione.

Se esiste un problema in questo senso, la srl potrà solo peggiorare la situazione e di sicuro non costituisce la soluzione al problema.

Ci siamo andati vicini molte volte, guardando la questione da vari punti di vista. Che appare di non immediata lettura per il fatto che nello studio del titolare i compensi di quest’ultimo non sono costi deducibili e non appaiono come compensi dei collaboratori come tutti quelli degli altri, ma confluiscono nell’avanzo della gestione, all’interno del quale, evidentemente, la componente relativa al compenso titolare è – o dovrebbe essere – confusa con l’utile dello studio vero e proprio, e cioè con la componente che dovrebbe remunerare il rischio corso dal professionista-imprenditore e del capitale che ha investito.

Ora, capita spesso di vedere che tale avanzo basta a malapena a remunerare il compenso per le prestazioni professionali del titolare, se valutato a percentuali del fatturato simili a quelle che vengono riconosciute agli altri collaboratori.

In alcuni casi, ciò avviene perché esistono evidenti squilibri: la percentuale riconosciuta ai collaboratori è troppo alta, oppure è troppa alta la parte di produzione dello studio che il titolare lascia fare a loro, o entrambe le cose.

In altri esistono costi fissi troppo elevati in proporzione ai volumi di produzione dello studio, il che – e a maggior ragione in presenza di variabili vicini al 80% del pagato paziente – allontana il punto di pareggio in misura sensibile e rende l’equilibrio economico e finanziario assai fragile e difficile da mantenere nel tempo.

Uno studio che paga i propri collaboratori intorno al 50% del pagato paziente e che ha costi fissi annui pari a 150.000 euro, ha costi variabili totali vicini al 70% del pagato paziente e per andare a pareggio deve fatturare almeno 500.000 euro.

Ripeto, per andare a pareggio, non per guadagnare.

Naturalmente, tutto ciò  ipotizzando che anche al titolare venga riconosciuta la stessa percentuale degli altri collaboratori. Portare la percentuale del titolare stesso al 25% e/o spostare l’80% della produzione su di lui può apparire come una buona soluzione solo sulla carta.

Nel tempo un titolare tenderà a riservarsi una parte crescente delle  proprie giornate nel coordinamento delle terapie ad opera di altre mani e se ha abituato i propri collaboratori a queste percentuali, non potrà farlo senza farsi male.

E’ facile dimostrare che in odontoiatria le percentuali fisiologiche di remunerazione dei collaboratori e del titolare stesso non possono superare il 35% del pagato paziente.

Il che significa costi variabili totali intorno al 60%.

Con 150.000 euro di costi fissi, il punto di pareggio in questo caso scende a ca 390.000 e la struttura è meno fragile.

Tutto questo naturalmente ipotizzando la mancanza di sprechi abnormi, rifacimenti dei lavori frequenti etc.

Con questi riferimenti è per noi abbastanza semplice valutare i numeri che ci fornite e farci un’idea di prima approssimazione sulla qualità della vostra gestione e della sua affidabilità nel tempo.

Provo a metterla giù facile.

Se gli altri collaboratori prendono una percentuale calcolata in misura fisiologica per le proprie prestazioni, l’imponibile deve contenere la remunerazione del lavoro del titolare in proporzione alla sua produzione, calcolata alla stessa percentuale degli altri collaboratori, più un sovrappiù che permetta di remunerare anche l’investimento e il rischio corso dal titolare nello studio.

Se non è questo il caso, occorre fermarsi e ragionare e di sicuro non sarà la srl a risolvere il problema.

Se invece la situazione reale è vicina a quella ipotizzata, è chiaro che con la srl anche i compensi del titolare potranno essere evidenziati come tali come tutti gli altri e il titolare potrà ben decidere di prendere meno degli altri collaboratori al solo ed evidente fine di accantonare utili in misura superiore al normale e cioè accantonando anche parte della propria remunerazione professionale tra gli utili non distribuiti per mitigare il proprio carico fiscale.

MA questo è altro discorso e non sposta di una virgola il ragionamento di cui sopra.

Non si possono pagare in uno studio odontoiatrico i collaboratori al 50% o al 60% perché non è compatibile con i conti e i costi nell’attuale contesto competitivo.

Possono maledirmi quando vogliono i collaboratori che ancora riescono a convincervi del contrario; la storia non cambia.

Aprissero un proprio studio e ci arriveranno prima o poi anche loro a questa conclusione. Il fatto è che, come accade in altri contesti, sono proprio coloro che lo studio non lo hanno mai aperto e gestito a sproloquiare e pretendere di insegnare a chi lo gestisce su come debba essere gestito, anche perché così è molto più facile e non si rischia nulla.

Lasciateli pure parlare e pensate alla sicurezza economica del Vostro studio.

Pietro Paolo Mastinu

 

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Come si fa a dedurre le spese di casa con la srl?

PILLOLA #1

Questa domanda spesso viene posta a noi in consulenza e la risposta è semplice e immediata.

Un professionista che tiene il suo studio nello stesso comune ove risiede non trova alcun modo per farlo.

Se utilizza l’abitazione anche in parte come studio potrà usufruire delle agevolazione dello strumentale ad uso promiscuo e scaricare la metà delle spese dell’abitazione (rendita catastale o affitto, utenze varie).

Dal punto di vista fiscale la percentuale di promiscuità non rileva (anche se rileva ai fini urbanistici).

Ma se il professionista costituisce una Srl Odontoiatrica e trasforma lo studio in ambulatorio, ebbene la faccenda cambia.

Per il semplice motivo che non ha più uno studio, che è giuridicamente in capo ad una persona giuridica.

E la srl può avere diverse sedi strumentali e persino nello stesso comune e quindi utilizzare parte della dimora, magari concessa alla srl stessa anche in locazione, per propri fini strumentali (archivi, ad esempio).

Ma c’è ancora una cosa che il professionista può fare.

E cioè utilizzare l’abitazione ad uso promiscuo per alcune sue attività legate alla professione.

Non avendo più alcuno studio, nulla gli impedisce di farlo.

E quindi attraverso la Srl Odontoiatrica – o meglio per il fatto di avere una Srl Odontoiatrica e di non possedere quindi più un immobile strumentale da professionista – potrà dedurre dal suo reddito professionale e personale la metà delle spese di casa (utenze domestiche, condominio) e anche la metà della rendita catastale.

Non male, direi.

Pietro Paolo Mastinu

 

Commenti utili:

Non ho ben chiara una cosa. Al momento in cui tu fai la dichiarazione dei redditi devi (credo) dichiarare che una parte della tua abitazione è destinata ai fini professionali, diciamo una stanza. L’uso promiscuo e quindi la possibilità di collegare le utenze (riscaldamento, telefono, elettricità, manutenzioni etc) è proporzionale agli spazi adibiti oppure no (da cio che hai scritto parrebbe di no) .

PPM: no non è proporzionale. 50% punto.

 

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