L’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori della srl

PILLOLA #10

Quando si costituisce una società esistono rischi che vanno valutati con grande attenzione, uno di questi è far entrare soci esterni al nucleo familiare e spesso persino interni

Si assiste sovente ad atteggiamenti assai estremi in questo senso: si può andare facilmente, a seconda dei casi, da una sottovalutazione ad un sopravvalutazione del problema.

Appare chiaro che i soci debbano essere valutati con grande attenzione, ma questo più o meno lo facciamo tutti e spesso sbagliamo comunque, anche perché le persone cambiano e ci appaiono per come realmente sono solo quando le cose vanno storte.

Se da una parte appare quindi assurdo trincerarsi dietro una unipersonale solo per questo – soluzione che a sua volta può creare altri problemi e a maggior ragione quando alla srl si arriva tramite una trasformazione da uno studio professionale -, dall’altra una conoscenza almeno di base delle regole del Diritto societario non guasta.   Alcuni infatti ritengono che la messa in minoranza di un socio, mantenendo la maggioranza assoluta (cioè più del 51%), risolva tutti i problemi.

Di fatto, questo potrebbe non bastare.

Il socio di minoranza ha infatti due fondamentali diritti che può far valere in particolari casi quando la maggioranza decide qualcosa che non gli piace; e in particolare, quando la maggioranza prende decisioni “forti”, quali la modifica dell’oggetto sociale, ad esempio. In questi casi infatti, quest’ultimo può far valere il diritto di recesso e la società deve liquidare la sua quota a valore di patrimonio entro sei mesi, il che non sempre è così facile per gli altri soci.

A queste criticità si possono frapporre diverse soluzioni, per cui diffidate da quei consulenti che pongono l’accento solo su queste per utilizzarle come motivazioni utili a sconsigliarvi la srl.   Si tratta quasi sempre di persone che per ogni soluzione trovano un problema.

Un altro diritto concesso al socio è quello di esperire una azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore. Si tratta di azioni che possono essere intentate contro l’amministratore quando quest’ultimo con colpa o dolo ha danneggiato direttamente il socio.  E anche qui i soliti consulenti spingono l’accelleratore spesso oltre il dovuto. 

In sintesi e semplificando, si può subito dire che l’amministratore che senza colpa grave o dolo provoca il dissesto della società e non si mette soldi in tasca cui non ha diritto, non può essere chiamato a rispondere per danni piovuti in capo ai soci in via indiretta (come avverrebbe ad esempio se la società  finisse in dissesto per errori strategici o tattici e per cicli di mercato esterni) dai soci stessi

Non si può condannare un imprenditore perché qualche impresa non riesce a sopravvivere, perché l’attività di impresa è una attività a rischio e chi vi partecipa non può pretendere il guadagno assicurato e la vita eterna.

Si badi bene che in questo caso la Sentenza cassa l’azione del socio persino di fronte a falsa fatturazione e falso in bilancio. Queste condotte, infatti, nel caso in cui la società fosse finita in dissesto, non hanno danneggiato i singoli soci (se non indirettamente) ma semmai la società nel suo complesso; sarà eventualmente compito del curatore esperire tale azione nei confronti dell’amministratore, a tutela comunque dei creditori e non certo dei soci.

Si tratta di questioni che affrontiamo sempre in consulenza o nei corsi e sulle quali vanno fatte riflessioni attente ma vanno anche evitate paure spesso provocate ad arte e ingiustificate.

Anche se qualche consulente vorrebbe convincervi del contrario, un imprenditore che agisce in buona fede e costruisce il giusto assetto organizzativo e gestionale e – con le nuove regole sulla crisi di impresa – interpella i neocostituiti Organismi di composizione della crisi per tempo – rischia meno di quanto si vorrebbe far credere.

D’altra parte, le attività di impresa come quelle di lavoro autonomo sono attività a rischio e questa situazione non la cambiamo certo con gli slogan e le chiusure di principio, ma con lo studio, l’informazione corretta e le competenze. Oltre che con un po’ di fortuna.

Pietro Paolo Mastinu 

 

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La polizza D&O: uno scudo aggiuntivo per tutelare amministratori e sindaci della srl e la società stessa

PILLOLA #9

La polizza D & O: uno scudo aggiuntivo per tutelare amministratori e sindaci della srl e la società stessa.

Come abbiamo più volte illustrato, la responsabilità limitata della Srl Odontoiatrica – che si contrappone a quella illimitata del professionista quando esercita come tale e che costituisce probabilmente il principale e più forte motivo per operare la trasformazione dell’attività in veste imprenditoriale – non è assoluta.

Esistono delle eccezioni e si tratta di eccezioni che crescono, mano a mano che vengono introdotti ex lege nuovi e più cogenti adempimenti: si pensi alla Legge 231 sulla responsabilità penale dell’impresa, di cui prima o poi parleremo con un articolo esteso, e che ha aggiunto sempre nuove fattispecie di reati e correlate responsabilità a carico degli organi apicali delle società.  Per di più questa Legge che, esiste da più di dieci anni, all’inizio non era praticamente calcolata, mentre col passare del tempo ha iniziato ad essere sempre più richiamata ed applicata dalla Giurisprudenza.

Poi abbiamo tutto il nuovo mondo delle responsabilità legate alla privacy e al nuovo Regolamento Europeo, che hanno fatto emergere nuove responsabilità in capo alla Direzione.

C’è poi tutto il nuovo mondo costruito dalla Riforma della Crisi di impresa, che ha posto su sindaci e amministratori nuove responsabilità anche nei confronti dei creditori e che divengono in certi casi persino personali e ne abbiamo parlato in un articolo dedicato che trovate anche sul blog. 

E infine, abbiamo il vecchio mondo, quello rappresentato dalla porzione più antica e resistente del Diritto Societario come modificata nella recente riforma del 2014, che vede gli amministratori rispondere nei confronti dei soci (azione di responsabilità), del curatore, del Tribunale e li vede rispondere anche dell’operato dei predecessori non più in carica, una volta accettato l’incarico.

Le responsabilità dell’amministratore e del sindaco sono sempre personali ma persino quando di natura penale comportano molto spesso pagamenti in denaro di vario genere e natura: risarcimenti, indennizzi, spese legali, perizie tecniche (tutta roba che nel penale costa un occhio della testa).

Spesso e volentieri poi, quando e se l’amministratore dovesse risultare incapiente, resterebbe comunque a rischio anche il patrimonio della società, perché il giudice ci mette nulla a affibbiarle una responsabilità solidale, con le intuibili e immediate conseguenze.

Il rischio di essere chiamati in causa anche con il proprio patrimonio personale si accresce nelle srl unipersonali, quando il socio unico è anche l’amministratore e persino in quelle in cui la compagine societaria appare ristretta e coincide con la compagine familiare. In questi casi, sovviene anche il rischio di vedere accollati sui soci anche utili occulti – veri o presunti tali – della società.

Sarà anche per questo che in altri Paesi da economia sviluppata, la polizza Directors and Officers liabilities (D&O) è presente in ogni società che si rispetti e nessun amministratore accetterebbe mai l’incarico senza questa copertura.

Da un po’ di tempo, anche il mercato italiano inizia a vedere lo sviluppo di queste coperture anche nelle aziende italiane e persino tra le PMI.

Le coperture possono essere più o meno parziali e possono estendersi anche ai rischi per la privacy – anche se esistono polizze ad hoc per questi rischi ed è sempre meglio evitare le polizze multirischi e acquistare un prodotto ad hoc per ogni singola tipologia di rischio, quando è possibile. Quasi sempre costa anche meno.

Peraltro, in chiave privacy, la copertura del rischi relativi tramite polizza ad hoc costituisce già di per se un elemento valutabile come altamente positivo dagli organi di controllo.

Diverse sono le possibili estensioni della copertura per i rischi dell’amministratore o degli amministratori ed è evidente che crescendo l’area dell’ombrello crescono anche i premi

Stiamo lavorando proprio in questi giorni alla selezione di un pacchetto completo di coperture assicurative (Key man e similari, copertura ambulatorio e professionisti, TFM, TFR, tutela legale a latere, privacy, D&O, tutela legale) ad un prezzo globale che appaia sostenibile e con contrattualistica adeguata e pulita, pur utilizzando primarie compagnie o medie compagnie specializzate su nicchie particolari di mercato. 

Abbiamo infatti trovato, dopo averlo cercato per molto tempo, un agente plurimandatario particolarmente preparato ed efficiente e gli abbiamo chiesto di entrare nel nostro team di consulenti collegati.

La cosa interessante è che la copertura di questi rischi costa meno di quanto avessimo pensato prima di verificare il mercato.  Considerando che si tratta di costi totalmente deducibili per la società e che i premi annui pesano per somme assolutamente sostenibili per la gran parte degli ambulatori che trattiamo, abbiamo deciso di offrire nell’ambito del Club Dentista Manager apposite sezioni di approfondimento su queste importantissime materie.  

Lo scopo è chiaro: offrire un ulteriore tassello al mosaico che serve a realizzare e condurre l’ambulatorio con i minori costi possibili pur in presenza di tutte le coperture assicurative utili a minimizzare i buchi di copertura sul patrimonio personale, dell’amministratore e della società

Il perché è semplice: nel nostro ambito, l’amministratore è quasi sempre anche il DS e il principale operatore. La copertura dai rischi deve quindi essere, per quanto possibile, pressocché  totale, in modo tale da coprire anche quei buchi di copertura del patrimonio personale del medico che lo strumento srl, per quanto molto potente, non arriva a coprire da solo.

Si tratta di un contesto molto ampio e di pura natura consulenziale che consideriamo necessario al fine di permettere al professionista di fruire della soluzione ambulatorio e impresa societaria con la massima tranquillità possibile, lavorando su tutte le componenti che possono portarci a realizzare l’obiettivo. Chi ha già usufruito della nostra consulenza sa di cosa parlo. 

Pietro Paolo Mastinu 

 

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controllo di gestione: falsi problemi, metodi corretti e sbagliati

PILLOLA #8

controllo di gestione: falsi problemi, metodi corretti e sbagliati e utilizzi propri di uno strumento che è sempre opportuno per lo studio e che è praticamente obbligatorio per l’ambulatorio gestito in forma societaria.

Sul controllo di gestione si parla molto e troppo spesso non proprio a proposito.

Questo avviene per tante ragioni, compresi gli interessi di coloro che lo propongono: ma il risultato finale è che molti dentisti sono portati a snobbare questo importante strumento, anche perché sono convinti che per costruirlo occorra un numero imprecisato di giornate a pagamento, che alla fine non servono a nulla, perché appare una questione ostica e incomprensibile e comunque non porta certo pazienti a studio.

Quest’ultima costituisce platealmente una critica senza senso, perché neanche un riunito porta pazienti da solo in studio, tuttavia senza è abbastanza improbabile curarli; quando e se arrivano.

Ci sono poi alcuni consulenti che veicolano conoscenze sbagliate sul costo orario dello studio o della poltrona e altri che dicono che si tratta di cose assolutamente inutili, perché non le conoscono, non le capiscono e/o non le propongono.

I conti potranno essere ostici, ma è difficile vendere fumo quando si parla di queste materie. Si vede subito se il consulente padroneggia la questione o meno.

Voglio sottolineare che al di fuori del contesto dentale, non esistono questi problemi o quantomeno non al livello in cui li osserviamo al suo interno. E’ nel settore dentale che per ragioni a me oscure si sono purtroppo materializzati troppi consulenti improvvisati e venditori di fumo, con tutte le conseguenze del caso.

In questa grande confusione, nel suo guardare a questo processo con diffidenza, il dentista è quindi e spesso più vittima che protagonista.

Quello che mi propongo oggi è quindi di fare un po’ di ordine, senza entrare troppo nel tecnico, ma cercando di far capire cosa si può ottenere con questo fondamentale strumento e cosa no.

Intanto, il controllo di gestione non riguarda solo i costi, ma la produzione e ricavi oltre che altre grandezze di fondamentale importanza per la gestione dello studio, soprattutto nella situazione di oggi, ove i margini si sono molto assottigliati rispetto a tanti anni fa e l’equilibrio economico e finanziario è divenuto meno scontato da raggiungere e mantenere.

In senso lato, il controllo di gestione serve anche a misurare l’efficacia delle azioni di marketing, a costruire un tariffario congruo rispetto alla peculiare situazione dello studio o dell’ambulatorio, a comprendere quali e quanti sconti si possono praticare, a verificare la convenienza di aderire a tariffari di terzi paganti, a tenere sotto controllo eventuali sprechi e persino ruberie ad opera di dipendenti e collaboratori e a monitorare momento per momento le previsioni di entrata, aspetto quest’ultimo non di poco conto in realtà come quelle imprenditoriali, dove questi assetti organizzativi sono stati resi obbligatori dalla Nuova Legislazione sulla crisi di impresa.

Nella nuova formulazione normativa, la crisi infatti non è più vista ed affrontata nella sua fase patologica ma si tende a prevenirla con l’intervento di soggetti esterni, che devono essere avvertiti quando i segnali non appaiono promettenti. Se l’imprenditore non si è dotato di un assetto organizzativo adatto a misurare i segnali predittivi di una crisi imminente o se, pur avendolo fatto, ritiene di poter celare tali segnali ai pompieri, ci penseranno altri soggetti ad avvertirli ( e cioè l’AdE, l’Inps, la banca magari ), il che si tradurrà in una aggravamento delle responsabilità dell’imprenditore stesso ( o dell’amministratore ) nel caso in cui la situazione vada a degenerare in una crisi vera e propria.

Il controllo di gestione, infine, serve a monitorare la produzione dei servizi sanitari erogati (e lo fa, normalmente, quantificandoli in termini di pagato paziente), produzione che non coincide necessariamente con il fatturato, in quanto, a seconda delle politiche praticate, lo studio potrà trovarsi in strutturale credito o debito nei confronti della propria clientela, e quindi le due dinamiche possono discostarsi anche in misura notevole. In un caso come nell’altro, il controllo della produzione appare come il controllo più importante, perché è sulla produzione e non sul fatturato che si sostengono i costi che maggiormente incidono sul risultato operativo della struttura sanitaria, sia essa semplice come complessa.

In realtà, quando ci si discosta dal siderale mondo dell’accademia e della tecnica contabile per scendere in quello della realtà, e della realtà pratica del consulente, cioè un professionista che per mestiere vede decine di studi al mese e comprende con esperienza diretta qual è la reale situazione degli studi nel territorio, possiamo tranquillamente affermare che la decisione di affrontare questo passaggio e di implementare questo strumento costituisce anche un’ottima occasione per far comprendere al titolare che il controllo di gestione rappresenta una svolta e una discontinuità importante che lo obbliga a prendere coscienza di una serie di questioni importantissime che riguardano la sua struttura sanitaria e l’architettura economica che la tiene in piedi.

Il Controllo di Gestione è ad esempio in grado di fargli capire questioni che aveva magari intuito ma che non era mai stato in grado di comprendere appieno, traendo da questa mancanza di pieno controllo della propria situazione anche forti motivi di ansia. E di fargli capire persino che molte sue convinzioni sbagliate erano anche il frutto di una cattiva informazione ricevuta purtroppo anche ad opera di addetti ai lavori.

Il titolare scopre così molto presto che le questioni economiche non sono poi così difficili da comprendere se spiegate da chi le ha capite veramente ed applicate con metodo (e sottolineo con l’unico metodo corretto, che è quello che deriva dagli studi ormai consolidati e prodotti dalla Finanza Aziendale e dall’Economia d’Azienda). Capisce così per quale motivo tutti coloro che gli hanno raccontato che il costo orario poltrona andasse calcolato sulle ore effettivamente lavorate invece che su quelle in cui lo studio resta aperto al pubblico non hanno un altro metodo alternativo e interessante, ma sono semplicemente in errore, mostrando di non aver minimamente compreso la natura dei costi fissi. E comprende, il nostro titolare, che questo lavoro nella pratica si può fare – a seconda della complessità della struttura e del numero dei collaboratori e dei titolare – in un tempo più o meno variabile ma che resta compreso SEMPRE tra i tre e gli otto giorni al massimo.

Alcuni dei quali da implementare in piena autonomia.

Non serve stare lì anni a cotonare la pasta e tantomeno occorre un controllo esterno di queste variabili da parte del consulente. Quello che serve è implementare ed acquisire un metodo, che poi dovrà essere anche sottoposto a controlli e verifiche di tipo consuntivo a cadenze regolari, e questo affinamento successivo delle stime sul lavoro di una struttura sanitaria rappresenta il fisiologico adattamento del metodo alla concreta realtà aziendale.

Il buon consulente, a nostro umile avviso, è sempre quello che fa in modo, nei tempi necessari per arrivare all’obiettivo, di rendersi progressivamente superfluo.

Una volta che il dentista titolare si sarà appropriato del metodo, non avrà più bisogno che di un collaboratore interno e di periodici consulti con il consulente esterno, motivati più dal piacere di rivedersi e di gustare insieme una buona cena e un proficuo scambio di idee che dalla reale necessità di ulteriori istruzioni sul processo.

Naturalmente, benchè sia in teoria possibile realizzare tale strumento anche con strumenti informatici semplici, è il caso che lo studio si doti almeno di un gestionale di fascia media e che impari ad usarlo fin quasi ad esaurirne l’intero potenziale.

Una volta realizzata la scatola, il dentista titolare sarà in grado di monitorare le seguenti variabili:

– la produzione propria e dei collaboratori

– i compensi propri e del titolare (e che i suoi compensi siano reali o figurati ha poca importanza, perché è comunque fondamentale capire quali siano per distinguerli dall’utile vero e proprio, che almeno per il professionista si confonde ed è un tutt’uno con i primi nell’imponibile ai fini fiscali). La questione compensi richiederebbe un articolo a parte, perché nella mia esperienza è proprio nella percentuale sul pagato paziente che viene assegnata ai collaboratori che si annida il problema di molti titolari di studio;

– la congruità del proprio tariffario e le eventuali modifiche allo stesso;

– i costi fissi e variabili per ogni prestazione di tariffario, il pareggio operativo dello studio e della singola prestazione, il margine di contribuzione su ciascuna prestazione e la convenienza di praticare sconti e l’esatta misura in cui la convenienza ancora esiste.

– il costo fisso effettivo che si va a sostenere per unità di tempo ( mese, settimana, giorno, ora, poltrona ) ogni qualvolta lo studio o una parte di esso è fermo.

– La percentuale di saturazione delle agende e dei riuniti.

– Le previsioni di fatturato ai sei mesi ed a un anno.

– La percentuale delle prime visite, quella della loro accettazione in prima battuta e quella dei recuperi su quelle non subite accettate.

– Una serie di altre e meno importanti ma comunque utili variabili.

Il controllo di gestione più in generale sensibilizza il titolare sulla assoluta necessità di tendere alla saturazione delle poltrone nell’unità di tempo che si è deciso di scegliere per l’apertura dello studio. E gli fornisce elementi precisi per valutare la convenienza di effettuare modifiche di tale orario, mostrando cosa accade ai conti quando si deve anche implementare il personale; gli suggerisce un metodo per valutare la convenienza di un investimento (in un nuovo strumento, in una nuova risorsa, etc.).

Il CgD poi si rivela un ottimo viatico per migliorare anche la consapevolezza delle dinamiche fiscali e il rapporto con il proprio commercialista.

Insomma, se ben condotto e strutturato il Cdg può essere descritto come quel processo che, se non ha mai arricchito nessuno quando presente, ha impoverito molti quando assente.

In particolare, in settori dove i margini vanno restringendosi e la pressione competitiva rende indispensabile il controllo delle principali dinamiche economiche.

Da solo non basta ovviamente a creare ricchezza, ma serve a fare da fondamentale spalla a tutti quei processi da cui la stessa dovrebbe derivare. E non si tratta di un facile slogan, ne parlo con tutta la serietà possibile, si tratta di uno strumento che una volta compreso e acquisito porterà il titolare a pensare di non poterne fare più a meno e lo porterà per diretta conseguenza e fatalmente a chiedersi come abbia potuto privarsene prima.

Pietro Paolo Mastinu

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Attenzione a curare la corretta compilazione e conservazione del registro beni ammortizzabili.

PILLOLA #7

Attenzione a curare la corretta compilazione e conservazione del registro beni ammortizzabili.

Che è obbligatorio per chiunque sia tenuto alla contabilità ordinaria e quindi non solo per le srl.

E’ di ieri una sentenza della Cassazione che ha dato ragione all’Agenzia delle Entrate sulla valutazione presuntiva di una plusvalenza, basata sul prezzo di vendita rispetto ad un prezzo di acquisto presunto, dovuta al fatto che il contribuente non era stato in grado di produrre il libro dei cespiti ammortizzabili per fornire prova contraria ma solo il libro giornale.

Si tratta dell’ennesima conferma di quanto andiamo sempre dicendo nei corsi e nelle consulenza in merito a questo libro, che normalmente tiene il commercialista e che la maggior parte dei suoi clienti non verifica.

E qui veniamo al prima punto importante: non è che si può dare sempre la colpa al commercialista.

Faccio un esempio al volo così ci capiamo.

Se su una fattura del fornitore ci sono 30 voci di acquisto, non è che si può pretendere che il commercialista debba conoscere tutte le sigle del nostro settore, che per lui sono ostrogoto, e riconoscere, tra i beni acquistati, anche uno che si riferisce non a materiale di consumo ma a beni ammortizzabili. Glielo dobbiamo indicare noi.

Se lui non se ne accorge, in mancanza di nostre indicazioni, quel bene NON finirà nel libro beni ammortizzabili che quindi non sarà correttamente tenuto e quando ci servirà, magari dopo anni, come faremo a ricordarci che quel bene sarebbe dovuto finire lì dentro?

Per questo consigliamo sempre di programmare almeno tre incontri l’anno con il commercialista in cui verificare che tutta la documentazione sia in regola e che sia stata correttamente compilata.

Quindi, prima di tutto segnalare in fattura i citati beni e poi verificare che siano stati correttamente indicati sul registro. Sarà magari una buona occasione anche per capire se quel registro esiste, visto che a giudicare da questo episodio giurisprudenziale può essere anche che manchi.

Il contribuente ha prodotto il libro giornale per provare che la plusvalenza determinata dall’AdE non era corretta. Ma il Giudice non l’ha ritenuto sufficiente, perché mancava l’apposito documento.

E si tratta di una delle problematiche cui si può andare incontro quando si trascura di compilare il citato documento.

La contabilità va tenuta correttamente e ricordate che il responsabile della mancata tenuta di tale contabilità è sempre il contribuente. Quindi verificate, nel Vostro interesse.

Pietro Paolo Mastinu

 

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Deducibilità dei compensi ai familiari nel lavoro autonomo e nella società di capitali.

PILLOLA #6

Chi di Voi ha la disgrazia di seguirmi, ricorderà certamente che nell’articolo “Casi semplici di convenienza fiscale della srl” avevo introdotto come “discrimine” la deducibilità dello stipendio della moglie.

So che ci sono anche quelli che disconoscono tale deducibilità ai noti fini, e non a caso in quell’articolo avevo posto l’esempio in un caso particolare, quello che non prevedeva l’unipersonalità della srl.

Se avrete la pazienza di seguirmi, scoprirete presto il perché.

La differenza tra me e questi signori è la seguente: a me di convincerVi a fare la srl a tutti i costi non mi frega un tubo, e non a caso avevo stabilito come soglia di convenienza quella di un imponibile almeno pari a 80.000 . Il che non significa che non possa esserci convenienza – in particolari casi – anche sotto quel limite, ma solo che tale convenienza è molto più difficile da trovare.

Lo scopo di questo post è di spiegare uno dei motivi per cui tale convenienza è  più rara da trovare sotto quel limite, in particolare facendo riferimento proprio all’elemento rappresentato dalla deducibilità dello stipendio del coniuge.

E anche, secondariamente, quello di illustrare le eventuali criticità di tale opzione in alcuni casi.

Questo allo scopo di destituire di ogni fondamento le critiche di chi, a differenza del sottoscritto, appare davvero intenzionato – lui si –  unicamente a dimostrare la convenienza fiscale, ma della sola soluzione professionale, e di farlo a tutti i costi e contro ogni evidenza.

Non ho alcuna pietà nei confronti di questa gente e mi diverto un mondo a ridicolizzarli nell’unico modo scientificamente corretto e cioè approfondendo ogni tematica e documentando le mie affermazioni, per due motivi essenziali: perché odio la disonestà intellettuale e perché sono profondamente convinto che questi pasdaran, con la loro malafede, abbiano fatto alla categoria più danni della grandine.

Ma andiamo con ordine.

La disciplina della deducibilità dei compensi corrisposti ai familiari da parte di un lavoratore autonomo è contenuta nell’art. 54, co. 6- bis del TUIR, il quale recita:

“Non sono ammesse deduzioni per i compensi al coniuge, ai figli, affidati o affiliati, minori d’età e permanentemente inabili al lavoro, nonché ascendenti dell’artista o professionista ovvero dei soci o associati per il lavoro prestato o l’opera svolta nei confronti dell’artista o professionista ovvero della società o associazione. I redditi non ammessi in deduzione non concorrono a formare il reddito complessivo dei percipienti.”

L’articolo in esame non nomina espressamente la parola familiari ma elenca quei familiari del professionista nei confronti dei quali vige l’indeducibilità dei compensi versati e cioè: coniuge; ascendenti; figli minori d’età o permanentemente inabili al lavoro.

Rientrano nell’ambito di applicazione dell’indeducibilità soltanto le prestazioni rese dai familiari elencati dall’art. 54, comma 6- bis TUIR in virtù di rapporti di lavoro dipendente subordinato e parasubordinato, rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nonché, occasionale, come si evince anche dal riferimento al “lavoro prestato” (tipico del lavoro dipendente) ed alla “opera svolta” (espressione utilizzata con riferimento ai predetti rapporti di collaborazione).

Di conseguenza la norma non si applica ai compensi erogati dai professionisti ai propri familiari titolari di partita IVA, per prestazioni di lavoro autonomo, artistico o professionale, in quanto attività svolte autonomamente e non rientranti nelle locuzioni “lavoro prestato” e “opera svolta” utilizzate dal legislatore (Circolare Ministeriale n. 25/E/1997).

Sono in ogni caso deducibili i compensi corrisposti dal professionista ai familiari non ricompresi nella specifica elencazione del citato art. 54, comma 6-bis TUIR e cioè: figli maggiorenni abili al lavoro; altri discendenti (es. nipoti); parenti (es. fratelli, cugini, zii); affini (es. cognati, nuore, suoceri, generi).

Partendo dalla constatazione che, così come chiarito dalla Circolare Ministeriale n. 137/E/1997, l’indeducibilità sancita dal citato art. 54, comma 6- bis del TUIR va riferita esclusivamente alla determinazione del reddito di lavoro autonomo da assoggettare ad imposizione ai fini dell’IRPEF e quindi non può certamente applicarsi ai soggetti IRES, e quindi anche alle società di capitale, ma solo a quelle di persone, si possono desumere alcune importanti precisazioni alla normativa indicata:

1) i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori versati dal professionista in relazione alla retribuzione corrisposta al familiare lavoratore dipendente possono essere portati in deduzione in sede di determinazione del reddito di lavoro autonomo dell’erogante, in quanto la norma antielusiva in questione incide solo su quella parte della retribuzione che costituisce reddito per il percipiente e corrispondentemente costo per l’erogante. Viceversa l’indeducibilità si applica anche agli accantonamenti di quiescenza e previdenza, nonché ai premi pagati alle compagnie di assicurazione che sostituiscono, in tutto o in parte, i suddetti accantonamenti maturati nel periodo d’imposta;

2) i compensi indeducibili non sono assoggettabili alla ritenuta alla fonte, in quanto tale obbligo è strettamente correlato alla natura di reddito, per il percettore, attribuibile ai compensi in questione, natura che è stata invece espressamente negata dal legislatore quando ha stabilito che gli stessi compensi non concorrono a formare il reddito dei percipienti (art. 54, comma 6- bis TUIR).

3) Inoltre, essendo i compensi non ammessi in deduzione non imponibili per i percipienti (art. 54, comma 6-bis TUIR), il cedolino paga del coniuge – dipendente non deve riportare alcuna ritenuta IRPEF.

Quindi, lo stipendio della moglie non è deducibile dai redditi del dentista, ma la stessa moglie su quei redditi non ci paga le imposte sul reddito. A differenza di quanto accadrebbe nella srl, dove a fronte della deduzione per la società, c’è anche l’assoggettamento a tassazione di quei redditi in capo alla moglie.

Risulta ora evidente che se l’utile del professionista è basso ( inferiore o molto inferiore ai 80.000 euro ) i conti cambiano e di parecchio, perché la sua aliquota marginale si avvicina molto di più a quella a cui viene assoggettato il coniuge. Questa e altre condizioni rendono dunque il passaggio alla srl non più conveniente.

Facciamo ora un ulteriore passo avanti,

prendendo in considerazione anche la disciplina della deduzione dei compensi di lavoro dipendente del coniuge nel caso dell’impresa individuale. E’ un passaggio importante, che ci serve a capire meglio le conclusioni.

La disciplina della deducibilità dei compensi corrisposti ai familiari da parte di un imprenditore individuale è contenuta nell’art. 60 del TUIR, il quale recita:

“Non sono ammesse in deduzione a titolo di compenso del lavoro prestato o dell’opera svolta dall’imprenditore, dal coniuge, dai figli, affidati o affiliati, minori d’età e permanentemente inabili al lavoro e degli ascendenti, nonché dei familiari partecipanti all’impresa di cui al comma 4 dell’articolo 5.”.

I compensi erogati ai familiari dall’imprenditore individuali soggiacciono quindi ad una disciplina speculare a quella relativa ai lavoratori autonomi , per cui rimando alle considerazioni già effettuate nel caso precedente.

Un’importante casistica che riguarda solamente l’imprenditore individuale e che presenta alcune interessanti peculiarità rispetto al caso del lavoratore autonomo è invece quella relativa all’impresa familiare, disciplinata ai fini fiscali dall’art. 5, comma 4 del TUIR.

Risulta utile ricordare che nel caso di impresa familiare il reddito dell’imprenditore può essere imputato, a specifiche condizioni stabilite dall’art. 5, comma 4 TUIR, nella misura massima del 49 % ai familiari che collaborano nell’impresa, in proporzione alle quote di partecipazione agli utili a loro riconosciute.

Faccio osservare di passaggio che, se questa disciplina fosse applicabile anche al caso del lavoratore autonomo – cosa che sarebbe possibilissimo fare se solo lo si volesse –, avremmo risolto molti problemi, con un sistema di tassazione sul nucleo familiare alla francese, molto più equo di quello attuale. E qui quando parlate di un Legislatore e di una Politica nemica, avete pienamente ragione.

Tuttavia, devo anche far osservare che, in presenza di una impresa familiare,  i compensi erogati dall’imprenditore al collaboratore familiare per il lavoro o l’opera prestata nell’impresa sono comunque  indeducibili; e in questo caso a tali fini si intendono per familiari: coniuge; parenti entro il terzo grado (es. figli, genitori, fratelli, zii); affini entro il secondo grado (es. suoceri, cognati).

Quindi, il campo di applicazione dell’indeducibilità viene di molto ampliato se si è in presenza di un’impresa familiare rispetto alle “normali” ipotesi di indeducibilità che coinvolgono solamente, come già  visto, i compensi erogati a coniuge, ascendenti e figli minori o permanentemente inabili al lavoro.

Queste regole impattano anche sui soggetti societari.

E in particolare sulle società di persone commerciali ( snc e sas ) per due motivi: sono anch’esse assoggettate ad IRPEF, sia pur per trasparenza sui soci; non hanno una personalità giuridica distinta da quella dei soci, perlomeno non nella stessa misura che attiene alle società di capitali.

LA srl quindi, se assume un familiare e in particolare la moglie, non incontra alcun tipo di problema nel dedurne il relativo costo pieno ( stipendio, tfr e contributi ).

Ma va anche detto che questo è vero con alcune limitazioni.

Intanto, la srl non deve assumere caratteristiche troppo assimilabili all’impresa familiare. 

E’ chiaro che se parliamo di una srl unipersonale, dove il socio unico è anche amministratore ( oltre che DS ), lo schermo societario appare, in re ipsa, apparente. E quindi l’Ade – e l’INPS ancor prima – hanno buon gioco nel contestare la deducibilità e l’ammissibilità.

Già nel caso di due soci la questione appare tutt’altro che scontata.

I problemi possono poi derivare anche dall’INPS, che già nel 1989 aveva emanato una Circolare in cui, almeno per quanto riguarda il lavoro autonomo ( e i redditi della srl sono sempre e sono configurati come redditi d’impresa per l’attività tipica ) esprimeva la presunzione di gratuità dei redditi di lavoro del coniuge non solo quando gli stessi sono erogati dal lavoratore autonomo professionista, ma anche quando il rapporto di coniugio sussiste in una società di persone e di capitali col il socio di maggioranza e amministratore.

E’ chiaro che il rapporto di lavoro non è apparente; se esistono tutte le caratteristiche del rapporto di subordinazione e se il lavoro è remunerato a cadenze regolari in maniera comprovabile, anche l’INPS non può opporre una presunzione  di gratuità come nel caso del lavoratore autonomo, per il semplice fatto che il dipendente risulta assunto dalla società, che è una persona giuridica ben distinta dalle persone fisiche soci, e quindi, sia pur in un’ottica di valutazione caso per caso, l’onerosità del rapporto di lavoro e la sua ammissibilità possono benissimo imporsi ( vedi al primo link in calce all’articolo ).

Quanto all’Ade, cito una sentenza molto interessante, che ha dichiarato – sia pur con effetti limitati alle parti in Giudizio – l’art. 54 comma 6 bis quale implicitamente abrogato – limitatamente all’indeducibilità dello stipendio del coniuge – dall’entrata in vigore della Legge sulle coppie di fatto (vedi il secondo link in calce all’articolo).

Conclusioni

Direi che possiamo concludere la questione con le seguenti affermazioni:

1) Il lavoratore autonomo non può mai dedurre lo stipendio della moglie ma solo i contributi, con la sola eccezione delle collaborazioni a partita iva. I compensi della moglie dentista, pagata a percentuale come professionista a partita iva, sono pienamente deducibili dal marito dentista.

D’altra parte, è anche vero che a tale indeducibilità si contrappone il fatto che su quei redditi la moglie non subisce imposizione alcuna. Quindi, passare alla srl per ottenere tale deduzione, considerando l’ulteriore fatto che in questo caso alla deduzione in capo alla società dell’intero costo del dipendente moglie si contrappone il pieno assoggettamento di quei redditi alla tassazione in capo alla stessa, può risultare conveniente solo quando il reddito del professionista si pone talmente in alto da essere assoggettato a tassazione ad una aliquota marginale ben più alta di quella cui vengono assoggettati i redditi della dipendente moglie. Da lavoratore autonomo, peraltro, non deducendo il costo, non deve neanche assoggettare lo stipendio della moglie a ritenuta.

2) Nel caso di passaggio ad srl, l’assunzione della moglie va sempre esclusa in caso di srl unipersonale, troppo vicina alla fattispecie di impresa familiare e di imprenditore individuale. A quel punto, laddove è consentito ( e in alcune Regioni lo è ), tanto vale costituire l’ambulatorio sotto forma di impresa individuale, visto che i redditi di impresa in questo caso possono essere attribuiti e tassati in capo al coniuge fino alla percentuale del 49%, con evidenti vantaggi sul carico fiscale complessivo del nucleo familiare. MA sappiamo anche che questa opzione vale solo per utili da 150.000 in su, e comunque ci riporta all’IRPEF e non all’IRES, con tutte le conseguenze del caso.

3) Quando la srl ha più soci, deve essere chiaro che assumere la moglie non può  significare assumerla per finta, perché l’inps – e subito dopo anche l’Ade in presenza di un disconoscimento della prima , andrà subito a verificare se il rapporto è reale controllando l’esistenza di tutti gli indici di subordinazione. ( vedi link degli approfondimenti ).

4) Tutte le volte in cui qualcuno vi dice che una cosa non si può fare e non vi spiega perché, fate come Goebbels: mettete mano al revolver. Le pallottole le pago io. Siamo o non siamo soci ?

Vi benedico.

Pietro Paolo Mastinu 

Approfondimenti

http://www.dottrinalavoro.it/wp-content/uploads/2017/08/Il-rapporto-di-lavoro-subordinato-tra-familiari-Romano.pdf

https://www.dominiciassociati.com/it/societa-di-servizi-partecipata-dal-professionista-e-da-sua-moglie.php

Vedi anche, per approfondimenti:

https://www.fiscal-focus.it/dlshop/Casi_Lavoro_n._12_del_16.02.2018_Rapporto_di_lavoro_familiare.pdf?mac=4a787d56182ec0bbd9c09c8ba0762b38

https://francescocolaci.wordpress.com/2014/04/01/rapporto-di-lavoro-subordinato-tra-coniugi-o-familiari/

 

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La fattura parlante: Attenzione!

PILLOLA #5

E’ bene ricordare che chi vuole accedere al nuovo beneficio del credito di imposta (in sostituzione dei vecchi super e iperammortamento) deve ricordarsi che le fatture relative ai beni acquistati devono riportare esplicitamente il riferimento alla disciplina normativa.

Questo è previsto dal comma 195 dell’art. 1 della legge 160/19.

In termini pratici dovete ricordarvi all’atto dell’acquisto di avvisare il fornitore PRIMA DELLA EMISSIONE DELLA FATTURA. Non siamo noi a dover emettere la fattura “parlante” ma è un soggetto terzo rispetto al beneficio cui noi vogliamo accedere.

Con la fatturazione elettronica infatti capita sempre più spesso che la fattura noi la vediamo con molto ritardo rispetto alla sua data di emissione.

Il mancato rispetto dell’indicazione richiesta in fattura ci priva di fatto del beneficio al quale avremmo avuto diritto. Non è certo che una successiva rettifica attraverso nota di credito e riemissione di fattura sia sufficiente a sanare l’omissione precedente.

Poichè il beneficio del credito di imposta vale sostanzialmente per tutti i beni e per tutti i dentisti (ancorché in misura diversa a seconda della tipologia di bene e della natura societaria o meno dello studio) l’impatto negativo di questa dimenticanza sarebbe davvero rilevante.

Ricordate inoltre che è anche obbligatorio fare una comunicazione “informativa” al Mise per i soli beni Industria 4.0 o ex iperammortamento (comma 191 della legge di bilancio).

Come questa comunicazione vada fatta e cosa debba contenere per ora è ancora un mistero perchè mancano i decreti attuativi.

Appena usciranno indicazioni più precise ve lo faremo sapere.

https://ntplusfisco.ilsole24ore.com/art/bonus-investimenti-richiesti-nota-fattura-e-comunicazione-mise-ACWGK5EB

 

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Il trattamento fiscale delle spese di marketing per il libero professionista.

PILLOLA #4

La principale differenza, ai fini fiscali, che viene effettuata in merito alle spese di marketing è quella tra spese di rappresentanza e spese di pubblicità.

Spese di pubblicità

Le stesse sono interamente deducibili dal reddito di lavoro autonomo purchè siano inerenti e cioè purchè non riguardino attività legate alla promozione della persona fisica del professionista, ma la sua attività tipica e cioè quella odontoiatrica e professionale.

Tali spese sono configurate come tali – e per converso interamente deducibili – quando hanno come scopo quello di aumentare i ricavi in misura diretta e anche potenziale: cosa che attiene alla pubblicizzazione del servizio globalmente inteso, o a singoli servizi effettivamente prestati dietro corrispettivo.

Una volta verificata l’esistenza del requisito dell’inerenza, della effettività e della documentabilità, la Giurisprudenza ha ormai considerato tali spese pubblicitarie quali interamente deducibili, non riconoscendo all’AdE la possibilità di contestarne il peso rispetto al monte compensi del professionista (requisito della congruenza).

Quindi, possiamo considerare come interamente deducibili le spese per campagne marketing mirate, effettuate in tutte le forme disponibili, e che si prefiggono come obiettivo quello di aumentare i ricavi del professionista, promozionando singoli servizi o il servizio reso in generale. E questo anche quando attuate in qualunque forma e con qualunque mezzo (pubblicità su canali tradizionali e via web).

Considerazione di simile tenore valgono per le spese di consulenza con oggetto il marketing. 

Non a caso, la Cassazione ha più volte dato ragione all’AdE quando ha contestato fatture con diciture generiche, spesso utilizzate al fine di dribblare il requisito dell’inerenza ai fini della deducibilità.

E’ chiaro che se la consulenza si prefigge di fornire metodi e strumenti per sviluppare la pazientela e i compensi, tale consulenza rientra a pieno titolo nelle spese di pubblicità. Ma se invece si prefigge unicamente come scopo quello di implementare la generica notorietà e reputazione del professionista, e il suo costo venisse interamente dedotto dal professionista stesso come una spesa pubblicitaria, l’AdE avrebbe titolo per contestarla.

Ne deriva che una fattura per consulenza e produzione di un sito internet statico, il classico sito vetrina in cui non vengono mai inseriti aggiornamenti e che presenta una generica rappresentazione dell’attività del professionista, in mancanza di aggiornamenti e campagne mirate sul sito stesso, non sarebbe interamente deducibile e finirebbe per rientrare nell’ambito di una spesa per rappresentanza.

Spese di rappresentanza

Le spese di rappresentanza, infatti, sono tutte quelle spese che non si prefiggono di aumentare in misura diretta i compensi di un servizio e di più servizi offerti dal professionista, ma più in generale di promozionare l’immagine e la conoscibilità del professionista.

A differenza delle prime, non sono interamente deducibili e non permettono la detraibilità dell’iva pagata sulla fattura, ma sono sottoposte a precisi limiti, che sono stati in parte mitigati dal Jobs act autonomi e dal bonus pubblicità, valido anche per il 2019.

Intanto va subito specificato che la distinzione tra spese di pubblicità e quelle di rappresentanza è tutt’altro che agevole e immediata.

Pensiamo, ad esempio, al solito  sitoweb.

Poiché nel nostro ambito tale sito ben difficilmente può andare oltre al modello di sito vetrina e comunque non potrà mai diventare uno sito di e-commerce, appare evidente che tale strumento rientra quasi sempre nell’ambito di una spesa di rappresentanza e non di pubblicità tutte le volte che si limita, con modalità statiche e senza aggiornamenti di pagina a presentare genericamente il professionista e la sua attività, a meno che in tale sito non sia prevalente una componente fortemente orientata alla vendita del servizio e alla produzione di ricavi, almeno potenziali.

Un sito che si limita a presentare il curriculum del professionista, con poche altre informazioni generiche, sarà certamente messo in discussione dall’Ade, nel caso in cui  il suo costo fosse interamente dedotto come spesa di pubblicità.

Il che significa, nella pratica operatività delle scelte di investimento compiute in questo senso, che un sito dinamico e a carattere promozionale, anche quando costruito per fornire informazioni sui servizi, finalizzate a conquistare nuovi pazienti e non su generici messaggi di stampo puramente commerciale e poco deontologico, costa magari il doppio o più di un sito vetrina statico, ma in ultima analisi costa di meno, in considerazione del fatto che il suo costo è interamente deducibile a differenza che nel sito del primo tipo.

E tale convenienza aumenta tanto è più alta l’aliquota marginale IRPEF cui è sottoposto il professionista in diretta relazione alla sua fascia di reddito.

Se poi si riflette sul fatto che il sito internet è ormai considerato dai pazienti potenziali come strumento di conferma persino in chiave di passaparola, abbiamo una ulteriore e definitiva conferma della necessità di costruirlo in maniera articolata ed efficace oltre che esteticamente gradevole e agevolmente fruibile ( sia per chi si collega da fisso che da mobile ).

Potranno comunque considerarsi quali spese di pubblicità le campagne google adwords per promozionare landing page o  singole iniziative e ben precisi servizi, offerti per periodi di tempo determinato.

Va poi specificato che l’AdE ha individuato alcuni elementi che considera certamente come appartenenti all’ambito delle spese di rappresentanza, e persino individuato una casistica precisa di spese da considerare sempre di rappresentanza.

Come criterio generale, l’AdE considera come tali tutte le iniziative utilizzate per mantenere e diffondere l’immagine aziendale e la reputazione del professionista,  in particolare quando non esiste una chiara e netta correlazione con un ricavo materiale, certo o potenziale.

In particolare, una spesa deve avere una caratteristica fondamentale per rientrare tra quelle di rappresentanza: la sua natura gratuita o la mancanza di un corrispettivo pagato dalla controparte per accedere ai servizi del professionista.

Nello specifico, la Risoluzione n. 27/E del 12 marzo 2014, considera rientranti nelle spese di rappresentanza: spese per viaggi turistici a scopo promozionale; spese per feste, per ricevimenti e banchetti, per inaugurazioni ed eventi e altre spese per la distribuzione gratuita di beni e servizi (gadget in fiere e convegni).

Una volta appurato come considerare tali spese, dobbiamo dire qualcosa sulle regole per la deducibilità fiscale di tale categoria di spesa per il professionista.

La regola è stata resa più favorevole a quest’ultimo dall’entrata in vigore del Jobs Act autonomi, che ha stabilito che per il professionista tali spese siano deducibili non più al 75% ma al 100%, sia pur nel limite originario previsto dalla Normativa Fiscale, che è quello dell’1% del monte compensi annuo del professionista.

Un professionista che emette fatture per 300.000 euro, potrà quindi al massimo dedurre un totale di spese per rappresentanza pari a 3.000 euro. Ben poca cosa.

In conclusione,

possiamo certamente dire che l’Ordinamento tributario non vede di buon occhio le spese di marketing che non siano specificatamente orientate al prodotto o al servizio o comunque fa davvero molto poco per favorire investimenti utili a migliorare il posizionamento del brand come la conoscibilità del professionista da parte del pubblico di potenziali fruitori dei suoi servizi.

Quel poco che ultimamente sta concedendo, potrebbe tuttavia essere sfruttato al meglio, con le opportune conoscenze delle misure di cui abbiamo parlato.

Se dovete fare pubblicità di brand, cercate di farlo con i mezzi che accedono alle facilitazioni nella misura più alta possibile e compatibile con le vostre linee strategiche.

Pietro Paolo Mastinu

 

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