Il nostro vantaggio competitivo? Un minimo garantito di qualità!

L’ipercompetitività è piombata sui dentisti nell’arco di un decennio.

Concorrenza e ipercompetitività tra dentisti

L’ipercompetitività è piombata sui dentisti nell’arco di un decennio. 

L’ipercompetitività è molto peggio della concorrenza.

La concorrenza è un evento fisiologico che stimola al miglioramento; contrappone due individui che giocano la stessa partita e partecipano delle stesse regole; la loro corsa ha una direzione precisa e condivisa. L’ipercompetitività attiene invece ad un mercato saturo, dove le regole sono scardinate e le forze in campo non sono equivalenti. I movimenti sono multidirezionali ed incontrollati, in luogo del rispetto si trova la discrezionalità assoluta. Mentre la concorrenza è uno stimolo virtuoso, possiede una potenza distruttiva ed anarchica che disorienta.

È in questo nuovo scenario che convivono dentisti di valore, dentisti un po’ scarsini e anche dentisti francamente pericolosi. Ci sono quelli che sono abilitati e pensano sia sufficiente, ma anche quelli che non sono abilitati e pensano che sia sufficiente metterci del capitale, trasformando la professione in un business puro. Troviamo i venditori di fumo e di prestazioni inutili, oppure quelli che dirottano la scienza verso la medicina alternativa e pratiche dalla efficacia non dimostrata.

Nello scenario ipercompetitivo il mercato è la vittima, non il carnefice. Il mercato viene adulterato da operatori non qualificati, tariffe bugiarde, prodotti scadenti. Il mercato non è più il luogo dove si incontrano la domanda e l’offerta su un prodotto definito, perché di definito non c’è più niente. Chi vende non sa cosa sta vendendo: pensa che si possa fare commercio su prestazioni sanitarie ed applica ad esse le regole che gli sono state insegnate per vendere i detersivi. Chi compra non sa cosa compra perché non è in grado di ispezionare ciò che sta comprando, ma non è in grado di valutarne la qualità neppure dopo che l’ha comprato e non ha più il sostegno di una authority statale in grado di garantire per il venditore (gli ordini stanno abdicando). Perfino l’oggetto della compravendita è taroccato, camuffato, spacchettato in sottoprestazioni o svenduto a tariffe che non sono compatibili né con la qualità né con la sicurezza. Non si sa neppure se le prestazioni abbiano a che fare con la salute del paziente, o con la sua bellezza, o con il suo benessere, o con il suo narcisistico desiderio di apparire, oppure se tutte queste cose insieme non siano in realtà le diverse facce di una stessa visione tristemente olistica del nostro ruolo di medici.

La comunicazione globale ha poi fatto il resto: il paziente non solo non sa cosa sta realmente acquistando dal professionista, ma non sa neppure chi sia il professionista che gli vende la prestazione, ammesso che si tratti di un professionista. La spersonalizzazione del rapporto viaggia sul web ovvero sul mercato virtuale dove si insegue il prezzo, la comodità, l’orario, la vicinanza, o la grafica di un sito, piuttosto che l’unico indicatore di qualità ancora disponibile: la creazione di un rapporto di fiducia stabile nel tempo. La progressiva frantumazione del rapporto medico paziente discende da un’ansia continua di sperimentare il nuovo che a sua volta deriva dal semplice fatto che oggi “ciò è possibile” e non dal fatto che se ne avverta il bisogno reale.

La compresenza di ipercompetitività e di comunicazione globale ha favorito la comparsa sulla scena anche dei santoni moderni, dei profeti della metodica rivoluzionaria ed alternativa, dei teorici della ipertecnologia, degli strateghi dell’imbonimento e del raggiro che confondono volutamente filosofia, fede e scienza. L’attenzione del paziente è stata progressivamente spostata dal bisogno reale a quello indotto, dal risultato alla tecnica utilizzata, dallo scopo di cura al desiderio di esserci e di sperimentare. Anche i ruoli tradizionali all’interno della comunità dei professionisti si sono confusi: ci sono praticoni che si sentono ricercatori, così come la clinica si confonde con la sperimentazione. Oggi chiunque può pubblicare ogni sorta di nefandezza appellandosi semplicemente ai diritti costituzionali e rivendicando competenze che non possiede a tutto danno dei pazienti e della categoria che rappresenta, ma sempre avendo nel mirino l’obiettivo finale della ipercompetizione: trovare pazienti.

Ma questa situazione non sarebbe degenerata così tanto se non avesse fatto la sua comparsa sulla scena anche la crisi economica più pesante del dopoguerra. Un mercato pur adulterato, saturo di offerta, sostanzialmente povero di richiesta (per un miglioramento sensibile dello stato di salute dei nostri pazienti, rispetto al passato), senza autorità di controllo e con lo schizofrenico sovrapporsi di identità e ruoli, avrebbe comunque retto in presenza di risorse economiche adeguate per alimentarlo. Vi sarebbe stata una redistribuzione più o meno lenta della capacità di generare reddito che avrebbe portato a nuovi equilibri. L’ipercompetitività ha potuto invece catalizzato la propria imponente forze distruttiva sul comparto grazie alla contrazione improvvisa e drammatica della capacità di spesa del paziente, aggravata anche dall’inefficienza del sistema pubblico.

Ora esiste una sola soluzione per i dentisti: possedere requisiti che rappresentino un vantaggio competitivo raro e non imitabile dalla massa dei competitori. Non fosse soltanto per motivi etici, la qualità delle prestazioni, in questo momento è l’unico vantaggio competitivo che consentirà loro di superare una crisi che si prospetta ancora molto lunga. Tenere alta la bandiera della qualità significa, cinicamente, fare un investimento per il futuro. Per questo motivo un gruppo di dentisti ha realizzato un progetto nuovo, una sorta di consorzio di autotutela che è insieme una garanzia per i pazienti ed un luogo di incontro per chi vuole distinguersi in base a valori reali della professione.

In questo luogo si afferma per la prima volta che:

  • Esistono dei livelli minimi di qualità professionale al di sotto dei quali anche ciò che è lecito deve essere considerato indecente
  • È la comunità dei dentisti che deve difendersi per prima dai colleghi mercanti
  • Sul principio di base che i dentisti non sono tutti uguali in termini di qualità, alcune forme di tutela dovrebbero essere riservate soltanto ad una parte di essi
  • Se si riesce a far comprendere al mercato che i dentisti saranno i primi a discriminare se stessi sul piano della qualità, allora i pazienti sapranno con chi costruire un rapporto di fiducia e saranno questi i destinatari meritevoli delle loro risorse economiche
  • Si deve alimentare una cultura di meritocrazia fondata sulla qualità e non sulla licenza, dove la logica del profitto non sia demonizzata ma sia vincolata al merito riconosciuto all’interno della comunità che lo promuove.

Abbiamo cominciato con poche e semplici regole, studiate per i dentisti ma spiegate anche ai pazienti. Se pensi di voler sostenere questo progetto e lo vuoi condividere visita il sito http://dentist4.it/home.html. 

www.corsodentistamanager.com

Autore: Gabriele Vassura

Medico Chirurgo, Odontoiatra, Specialista in Ortopedia e Traumatologia, Specialista in Ortognatodonzia. Socio Fondatore, Amministratore Unico e Direttore Sanitario di Dental Care srl. Managing Partner di Studio Associato Vassura. Owner del Blog www.dentistamanager.it

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