Costi variabili dello studio dentistico: valore strategico

costi variabiliAbbiamo parlato a lungo in questo blog dei costi fissi e della loro importanza nella determinazione del costo orario della prestazione, ora ci possiamo dedicare ai costi variabili.

I costi variabili, come dice il nome stesso, sono quell’insieme di costi dello studio che variano a seconda dei volumi di lavoro che lo studio compie. A differenza dei costi fissi che rimangono sempre costanti nel tempo, i costi variabili diminuiscono (fino anche ad azzerarsi) alla riduzione delle attività dello studio ed aumentano proporzionalmente all’aumentare di queste.

Alcuni esempi di costi variabili

Un esempio comune di costo variabile è rappresentato dai prodotti monouso: essi vengono impiegati solo quando vengono eseguite prestazioni. Se facciamo eccezione per una modesta scorta di materiali all’interno dello studio possiamo dire che: “se non ci sono pazienti da visitare o da curare, non vengono sostenuti costi per tovagliolini, bicchierini, aspirasaliva, ecc, ecc.”.

Un altro esempio, un po’ più costoso, è rappresentato dagli impianti dentali oppure dai bracket ortodontici. Questi prodotti vengono acquistati in proporzione al numero di pazienti da trattare e solo se ci sono pazienti da mettere in cura.

Come si classificano i costi variabili

Non esistono classificazioni ufficiali dei costi variabili, tuttavia da anni durante i corsi propongo la seguente .

classificazione costi variabili

Questa classificazione ha il vantaggio di essere molto semplice e pratica ma, allo stesso tempo, stabilisce alcuni principi fondamentali di governo dello studio che vedremo a breve.

In linea teorica esistono molte poste spurie che dovrebbero essere inserite tra i costi variabili, popolando la torta di voci aggiuntive. Tra questi ricordo per esempio la quota di stipendi che eccede l’orario di lavoro (c.d. straordinario) oppure la quota di utenze legate al consumo (acqua, luce, gas, telefonia). Il mio consiglio è quello di ricondurre impropriamente tali costi all’interno dei costi fissi perchè ai fini pratici questo errore metodologico ha conseguenza quasi nulle sul controllo di gestione, ma comporta vantaggi enormi in termini di semplicità di calcolo.

L’importanza di conoscere i costi variabili

La conoscenza del valore dei costi variabili è fondamentale non tanto a livello macroscopico (bilancio generale dello studio), quanto piuttosto a livello microscopico, cioè di singola prestazione.

Un discorso analogo lo abbiamo già fatto a proposito dei costi fissi quando li abbiamo trasformati in costo orario per imputarli correttamente alle prestazioni.

La somma dei costi variabili e dei costi fissi di ogni prestazione genera il suo costo totale e permette, quindi, di stabilire una tariffa adatta a produrre il guadagno desiderato. Ma non è tutto.

I costi variabili ed il margine di contribuzione

L’ammontare dei costi variabili di una prestazione permette anche di calcolare il margine di contribuzione della stessa. Il margine di contribuzione, infati, si calcola nel modo seguente:

MdC = T – CV

dove: Mdc = margine di contribuzione, T = tariffa applicata al paziente, CV = costi variabili della prestazione

Il margine di contribuzione può avere valore positivo, nullo o negativo, a seconda ti come si posiziona la tariffa della prestazione rispetto ai costi variabili necessari per produrla (o viceversa).

In linea generale possiamo dire che un margine di contribuzione positivo rende economicamente sempre profittevole una prestazione. Questo vale anche quando la successiva sottrazione dei costi fissi rende negativo il guadagno di quella prestazione (ovvero quando si lavora in perdita).

In altre parole possiamo dire che la conoscenza dei costi variabili ha un valore strategico fondamentale in uno studio dentistico. Permettendo di ricavare il margine di contribuzione infatti consente di:

  • conoscere il limite minimo al quale si può posizionare la tariffa di una prestazione, e di conseguenza
  • conoscere lo sconto massimo applicabile al paziente prima di generare una economia negativa per lo studio, ma anche
  • conoscere anticipatamente a quali convenzioni è opportuno accedere e a quali no (fondi, assicurazioni, e terzo pagante in genere).

Il costo dell’operatore

Il tema ci consente ora di affrontare uno degli errori più frequenti che riscontro all’interno degli studi dei colleghi.

Il dentista medio non è abituato a considerare il proprio compenso come un costo variabile dello studio. Questo accade per almeno due ordini di motivi.

Il primo è che raramente il dentista assume una prospettiva terza quando deve compensare se stesso. Egli sovrappone la propria figura a quella dello studio e ne sovrappone gli interessi economici. Nella realtà gli interessi dello studio e quelli del dentista (titolare o consulente che sia) sono perfettamente contrapposti: maggiori sono i compensi concessi al dentista peggiori saranno i bilanci dello studio, e viceversa. E’ frequente il riscontro di studi, peraltro prosperi, che vengono messi in ginocchio dalle eccessive pretese economiche del dentista in relazione ai propri compensi.

Il secondo è una conseguenza diretta del primo. Il dentista titolare di studio, poichè ha il dovere di tutelare gli interessi dello studio prima dei propri, dovrebbe porre il proprio compenso allo stesso livello di quello dei collaboratori o consulenti che lavorano con lui (o che lavorerebbero con lui se ne avesse). Anche le modalità di calcolo dei compensi (ad esempio una percentuale sui ricavi) dovrebbe essere la stessa. In altre parole il titolare di studio, per avere un corretto controllo di gestione, dovrebbe calcolare la percentuale sulle prestazioni da lui stesso eseguite e su quella base liquidare il proprio compenso. Meglio ancora se lo fa a cadenza mensile esattamente come farebbe per un collaboratore esterno.

In un sistema controllato come questo blindiamo il valore economico della prestazione contro il rischio che venga cannibalizzato proprio da chi lo produce.

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Autore: Gabriele Vassura

Medico Chirurgo, Odontoiatra, Specialista in Ortopedia e Traumatologia, Specialista in Ortognatodonzia. Socio Fondatore, Amministratore Unico e Direttore Sanitario di Dental Care srl. Managing Partner di Studio Associato Vassura. Owner del Blog www.dentistamanager.it

2 pensieri riguardo “Costi variabili dello studio dentistico: valore strategico”

  1. La classificazione in costi fissi e variabile è molto accademica. Mi interesso molto di più al rapporto costi F/costiV perché secondo me i variabili sono costi virtuosi mentre i fissi sono perniciosi. Infatti se avessi solo costi variabili sarei sicuro di guadagnare sempre, poco se lavoro poco, tanto se lavoro tanto. Il ruolo di un assistente finanziario sarebbe quello di insegnarmi a trasformare i costi fissi in variabili.

    1. Ciao Stefano, la distinzione tra costi variabili e costi fissi sarà anche accademica, ma le tue considerazioni successive, per quanto sbagliate, sono basate proprio su quella classificazione. E tu ne fai un uso strategico, altro che accademico. Poichè l’uso è sbagliato non solo non produce risultati, ma addirittura è dannoso. Io non so cosa sia un assistente finanziario ma se ne avessi uno che mi insegna a trasformare sempre i costi fissi in variabili e io lo seguissi oggi avrei distrutto il mio studio. Un esempio su tutti così ci capiamo. Se licenzi tutto il tuo personale e ti servi di una cooperativa avrai trasformato il costo fisso più pesante dello studio in uno variabile ma avresti fatto l’errore più grande della tua vita professionale.
      Nessuno strumento è virtuoso o pernicioso in se stesso (per usare le tue parole): dipende dall’uso che ne fai e dalle circostanze in cui ti trovi.
      Credimi: sei molto lontano dall’aver capito come si gestisce lo studio. Mi permetto di dirtelo in questo modo perchè ho colto un certo astio nelle tue parole, se così non fosse ti chiedo anticipatamente scusa.
      GV

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